ADNKronos Politica


venerdì 14 gennaio 2011

Scatenate l'Inferno


Immaginate una partita tra due di quelle squadre che, vincenti o perdenti, fanno sempre notizia. Posta in gioco massima, tifoserie arcirivali, incasso stellare garantito e pubblicità piazzata in prima serata a cifre da capogiro.
Accade però che la federazione annunci di avere la disponibilità del campo solo per 30 minuti, quindi sfortunatamente il match non potrà essere omologato, resterà senza risultato. In mezza giornata lo scenario cambia: pioggia di disdette dal pubblico, perdita di interesse dei media (almeno di quelli interessati allo sport e non agli eventi bizzarri), diretta tv cancellata. Ad un certo punto qualcuno si alza in piedi e dice “ma che giochiamo a fare?”. Gli interessati si guardano in faccia, pochi secondi e la  riunione è sciolta. Tanti saluti, tutti a casa.

Una storia irrealistica? Eppure è più o meno quello che sta per accadere in Italia, con la differenza che nessuno di noi avrà il buon senso di disdire il biglietto, la copertura mediatica sarà massiccia, le squadre andranno in campo a ranghi completi. Ne parleremo tutti, forse già da domani, anzi abbiamo già iniziato. E’ una partita che si gioca da quasi 20 anni, una di quelle grosse:  Silvio Berlusconi versus Procura di Milano. Un match interrotto di recente, ma pronto a ricominciare.

Ieri la prevedibile sentenza della Corte Costituzionale ha bocciato, nelle sue parti più controverse, la legge sul legittimo impedimento. Il succo è che la decisione sulla legittimità o meno dell’impedimento stesso la prenderanno di volta in volta quegli stessi magistrati che hanno già dimostrato un’invidiabile serenità di giudizio quando, lo scorso Marzo, hanno stabilito che presiedere il Consiglio dei Ministri non è un impegno sufficientemente rilevante da giustificare l’assenza dell'imputato, con la motivazione che altrimenti sarebbe stata “svilita la funzione giudiziaria”. Quindi è facile prevedere che la partita si giocherà eccome, anche a costo di fissare il campo di notte, sennò i riflettori che li hanno inventati a fare?


Premessa: in un paese normale, in cui le procure facessero il loro lavoro senza litigarsi i titoli dei giornali, le ospitate in TV e gli inviti ai convegni di partito, una legge come quella sul legittimo impedimento non dovrebbe esistere. Sarebbe superflua, inutile, perfino offensiva per la categoria dei magistrati.
Ma l’Italia non è un paese normale, e in assenza di una legge che congeli i processi del Premier (senza farli prescrivere naturalmente) prepariamoci, nei prossimi mesi, alla rimessa in onda dello show che ci accompagna dal 1994: sussurri che diventano grida, verbali secretati che finiscono copia-incollati sui giornali, sparati a nove colonne come Travaglio comanda: voli di stato, compravendita di senatori, stragi, traffico di droga, concorso esterno in associazione mafiosa, D’Addario-gate, Ruby-gate, Santoro-gate…inchieste annunciate da squilli di trombe e rullar di tamburi per poi finire archiviate o dimenticate, ma non prima di una lunga ed applaudita stagione di repliche sulle prime pagine di giornaloni e giornalini, possibilmente in periodo pre-elettorale.
Partite rimaste senza risultato, così come saranno quelle che ci aspettano da domani: Mills, Mediaset e Mediatre, tutti processi che per vari motivi ripartiranno da zero ed arriveranno a prescriversi entro un anno o poco più.

Possibilità di arrivare a sentenza definitiva? Nessuna o giù di lì, ma i motivi di interesse secondo alcuni non mancano “Il vero interrogativo è se i giudici riusciranno, prima della prescrizione, ad emettere almeno la sentenza di primo grado” scrive l’Espresso. Capito? La partita non arriverà nemmeno alla fine del primo tempo, il trofeo non lo porterà a casa nessuno, ma ci si infiamma all’idea di chi farà il primo gol.
Se si parlasse di sport, di economia o di qualunque altra cosa, un discorso del genere suonerebbe lunare, ma, trattandosi del binomio giustizia & politica, è tutto normale, evidentemente perché su questi temi essere lunari è la normalità.

Quindi prepariamoci: nell’Italia dei quasi 9 milioni di procedimenti pendenti passeremo i prossimi 12 mesi a scannarci su processi che se va bene arriveranno alla sentenza di primo grado, fatti solo per fornire un po’ di fango al ventilatore dei media.
Le gole profonde si schiariscano la voce, i passacarte delle procure scaldino le fotocopiatrici, “Il Fatto” e “La Repubblica” affilino le penne, Santoro faccia allenare il plotone e allestisca la  piazza.
Auguri a chi, da qui a fine legislatura, cercherà di parlare di riforme, ci vorrà una gran voce per farsi sentire in mezzo al bailamme che ci aspetta. Come disse un tale: “al mio segnale scatenate l’inferno”.


Edit: Meno di 24 ore dopo la sentenza della Consulta la Procura di Milano è già all'attaco, ipotesi di reato:  Sfruttamento della Prostituzione Minorile e Concussione. E' solo l'inizio. 

giovedì 13 gennaio 2011

Pane e Indignazione



Riepiloghiamo i fatti: ieri Berlusconi era a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Piccolo inciso: Di cosa hanno parlato?
Quanti inviati ci saranno stati ieri a Berlino? Nessuno o quasi che ci abbia detto mezza parola sul motivo dell’incontro e sui temi affrontati. Euro? Banche?  Scacchi? Dieta post vacanze? niente. Chiuso l’inciso, proseguiamo.

Berlusconi si presenta davanti ai giornalisti dopo l’incontro con la Merkel e gli viene chiesto un commento sulla vicenda di Mirafiori.
Risposta: “Riteniamo positiva la direzione che sta prendendo la vertenza, che è quella di una "maggiore flessibilità”.
E se al referendum vincesse il no?  “le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi”.
Non l’avesse mai detto, apriti cielo, Bersani, la Camusso, Vendola, tutti a litigarsi microfoni e megafoni per intonare il solito coro di risposte in ciclostile  all’insegna del “si vergogni!” condite da amenità varie, inviti all'esilio, ipotesi di denuncia per alto tradimento(!),  d’altra parte è pur vero che “gli paghiamo uno stipendio per fare gli interessi dell’Italia e non per far andare via la roba”.

Un momento un momento, riavvolgiamo il nastro e rivediamo l’azione rallentata perché a velocità normale deve esserci sfuggito qualcosa: Marchionne fa una proposta industriale che, caso strano parlando di FIAT, una volta tanto i soldi promette di metterli sul tavolo e non di chiederli allo stato con il piattino in mano, e subordina l’investimento all’accoglimento di questo suo progetto da parte dei lavoratori, diversamente i capitali voleranno verso altri lidi.

Vediamo come si sono mossi gli altri protagonisti dell’azione:
Tanto per cominciare qualcuno potrebbe osservare che il governo, nel giro di 48 ore, è stato accusato prima di essere latitante, e poi di essere eccessivamente coinvolto, il che pone qualche piccolo problema di credibilità dell'impianto accusatorio, ma in ogni caso non è chiaro chi tra questi signori stia facendo qualcosa per far rimanere gli investimenti a casa.
La Camusso, vista la proposta di accordo, non l’ha firmata. E appena uscita dalla stanza è salita sulle barricate alzate dal fronte del “no”. Non è ancora scesa.
Vendola, in una delle tante gite in giro per l’Italia che si concede, nel molto tempo libero lasciatogli dall’amministrazione della regione Puglia, è addirittura arrivato ai cancelli di Mirafiori per invitare gli operai della FIAT a rispedire al mittente la proposta di Marchionne.
Bersani…bhe Bersani è il segretario del PD quindi non può avere una posizione precisa su nessuna questione che non riguardi la fine politica di Berlusconi. “Né con la FIOM né con Marchionne” (suona familiare?) come ha sintetizzato D’Alema, da sempre promotore del concetto di equivicinanza, che sarebbe l’equidistanza che ha fatto l’abbonamento a “La Repubblica”.
Vediamo di metterci d’accordo su chi è che spinge la “roba” all’estero: chi fa una scelta chiara a favore di un progetto che porta nelle fabbriche italiane 1 miliardo di euro? O chi fa propaganda per il no? O magari chi si balocca tra il “ni” e il “so”?

Berlusconi, come spesso gli succede, ha detto un’ovvietà che chiunque abbia un barlume di senso pratico sapeva già, e cioè che se un imprenditore si vede rifiutare dai lavoratori il consenso al suo progetto (dopo aver già compiuto l’atto di coraggio di pensare di investire in Italia, aggiunge il sottoscritto) ha più di un motivo per guardare altrove. Ergo a Mirafiori faranno bene a votare “si” se vogliono la certezza di tenersi i soldi, e la produzione, visto che i capitali privati hanno il diritto di andare dove vogliono e quelli FIAT hanno già il biglietto in mano, pronti a salpare verso destinazioni già gettonatissime dagli euro di tante altre aziende che delocalizzano fuori dal vecchio continente, senza che glielo debba dire  Berlusconi.

Quando la finiremo di scandalizzarci per l’ovvio? Di saltare sulla sedia e strabuzzare gli occhi ogni volta che qualcuno fa un discorso di comune buon senso senza perdersi nei loop infiniti di chi non ha niente da dire ma ama da matti farsi ascoltare? Cari Camusso, Vendola e Bersani, agli operai FIAT serve lavoro, non indignazione a comando. “Pane e indignazione” a lungo andare lascia un gran vuoto nello stomaco.

mercoledì 12 gennaio 2011

Road to Nomination: 2 - Haley Barbour



Continua la Road to Nomination di questo blog. Grazie ai minispecial di Fox News andiamo a conoscere meglio 12 potenziali candidati alla nomination repubblicana per l'elezione presidenziale del 2012. Oggi tocca a Haley Barbour.

Governatore del Mississippi, è quello che da noi si definirebbe un uomo del fare, che si fa misurare dai suoi risultati.
Ha liberato lo stato da un deficit di 720 milioni dollari senza aumentare le tasse.
Sono stato eletto con un programma e l’ho seguito. Tutti sanno come la penso: l’aumento delle tasse è un nemico del controllo della spesa”.
In due anni lo stato del Mississippi ha ridotto le sue spese del 13% “Il governo federale dovrebbe imparare questa lezione, è possibile ridurre le spese”.
Si può fare anche a livello centrale, naturalmente non da un giorno all’altro, ma abbiamo già visto in passato che nelle fasi recessive aumentare le aliquote vuol dire far calare le entrate”.

Le idee chiare le ha anche in politica estera “Abbiamo indebolito le nostre amicizie e reso chi ci è ostile meno preoccupato della nostra presenza.  Il nostro status nel mondo è peggiorato sia con i nostri alleati che con i nostri avversari”.

Nel 2005, l’amministrazione Bush ha compromesso la sua reputazione  venendo sommersa da accuse di impreparazione nell’affrontare l’emergenza Katrina, Barbour, da governatore di uno degli stati colpiti, la sua immagine l’ha  invece rafforzata, grazie alla capacità, dimostrata sul campo, di affrontare una crisi inaspettata.
Quando ti arriva addosso il più grande disastro naturale della storia americana avere un buon piano è un aiuto, ma chi pensa che tutto possa andare come previsto non sa di cosa parla”.

Barbour ha lavorato alla campagna di Nixon negli anni '60, ha fatto parte dell’amministrazione Reagan e ha guidato il Republican National Committee negli anni ’90. I suoi lunghi trascorsi nelle stanze dei bottoni potrebbero renderlo un candidato meno attraente di altri.
I personaggi troppo ben introdotti a Washington secondo molta gente sono corrotti. Secondo altri invece sanno come far girare le cose”.

Barbour potrebbe aver già iniziato a preparare il terreno per le primarie. Ha inviato un messaggio chiaro ai repubblicani dell’Iowa (dove le primarie iniziano) che diceva “Haley sa quello che ci vuole per vincere”.
L’ho inviato in molti stati (sono solo in Iowa) e l’ho fatto solo per raccogliere fondi per il mio comitato esecutivo e aiutare l’elezione di altri governatori repubblicani”.
Come capo dell’associazione dei governatori repubblicani Barbour ha partecipato a manifestazioni in stati come la Florida, l’Iowa e il New Hampshire, tre stati che saranno determinanti per decidere il candidato repubblicano che sfiderà Obama nel 2012.

Obama e i democratici finora hanno spinto il paese più a sinistra di quanto abbia fatto qualsiasi amministrazione nella storia americana e alla gente non è piaciuto.”
Ma il prossimo presidente repubblicano sarà un governatore? “Se si guarda alla storia i governatori hanno più possibilità di essere eletti presidenti”.
Prepariamoci a vederlo ai nastri di partenza tra qualche mese.

My Two Cents: Un uomo pratico, concreto, efficiente che sa come gira il mondo. Non starebbe male nello staff del Presidente, ma non lo vedo adatto a misurarsi con Obama in una campagna mediatica su 50 stati. Inoltre la gente lo conosce e lo vede in giro da troppo tempo, è vero che in molti si sono pentiti del “change we can believe in”, ma solo perché hanno creduto nel cambiamento sbagliato, il “change” non ha perso nemmeno un grammo del suo fascino.

Prossima fermata un luogo imprecisato del Massachussetts, per parlare dell'ex governatore Mitt Romney.

Fermate precedenti:
1 - Mitch Daniels

Le Stagioni della Corte


Si avvicina il momento della verità per la legge sul legittimo impedimento e già impazzano voci di trattative, strappi e ricuciture all’interno dell’Alta Corte.
Del merito della legge si è già parlato e si parlerà molto quando, nel giro di 24 ore, 48 al mAssimo, diventerà l’argomento sulla bocca, e sulla tastiera, di tutti. Ne parleremo anche qui, ma non oggi.
Oggi parliamo dell’organo che su questa legge si pronuncerà: La Corte Costituzionale, supremo baluardo di garanzia dell’Italia repubblicana.

Nella sua prefazione al libro “Che cosa è la Corte Costituzionale”, l’ex presidente della Consulta  Francesco Amirante scrivela Corte non ha poteri d'iniziativa e le logiche cui ubbidisce nel suo concreto funzionamento non sono quelle, legittime in altre sedi, di maggioranza e minoranze, di disciplina e organizzazioni di gruppi”, insomma non ci si divide come in parlamento, non conta l’appartenenza, conta solo la “Carta”, che è la stessa per tutti.

Però basta leggere la composizione della Corte è già a prima vista c’è qualcosa che non quadra: ci sono ex ministri, esponenti a vario titolo di questo o quell’esecutivo, insomma personaggi che nel loro passato hanno fatto scelte di “colori” ben riconoscibili. E anche per la maggior parte degli altri non è troppo difficile stabilire l’area politica di riferimento.
Tanto è vero che il toto-Consulta non è esattamente tra i più difficili quando questa è chiamata ad esprimersi su questioni di valenza politica perché, triste ma vero, alla fine i voti si distribuiscono più o meno come lo sono i, noti, orientamenti politici dei votanti. Salvo compromessi dell'ultimo minuto, come quello che si cerca in queste ore.

Come potrebbe essere diversamente quando, su 15 membri, 5 vengono eletti dal parlamento (su indicazione degli schieramenti, a seconda delle maggioranze e minoranze del momento)  e altri 5 li nomina direttamente il Presidente della Repubblica, che a sua volta, di norma, è un politico con lunga e nota militanza in questo o quel partito il cui nome per l’elezione viene proposto dalla maggioranza in carica?

Come è possibile che un organo non funzioni secondo la logica di maggioranza e minoranza quando l’elezione dei suoi membri, per due terzi, avviene direttamente o indirettamente seguendo proprio quella stessa logica? Bisogna avere una smisurata fiducia nella natura umana per poter credere una cosa del genere, o una gran faccia tosta per limitarsi a dirlo.

E’ fin troppo facile immaginare come reagiremo se, tra qualche ora, su una questione di stretta costituzionalità, ancora una volta personaggi che conoscono gli articoli della Carta (e le loro interpretazioni nel corso degli anni) come le loro tasche, riusciranno a dividersi 8 a 7, 9 a 6, o 10 a 5.
Come commentare un risultato del genere? Dicendo che il legittimo impedimento è costituzionale (o incostituzionale) al 60 o al 55%?  Che credibilità potrà avere una sentenza del genere?

Ci verrà fin troppo naturale pensare che se questo stesso pronunciamento fosse stato richiesto in un diverso momento del passato (o del futuro) il “si” avrebbe potuto essere un “no”, e viceversa, non perché sarebbe stata diversa la Costituzione, e nemmeno perché sarebbero stati diversi gli uomini, ma semplicemente perché, ad essere diverso sarebbe stato il ciclo politico alle spalle dell’elezione dei parlamenti, dei Capi dello Stato e quindi, di conseguenza, dei membri della Corte.

Non è un discorso di parte perché non si tratta del problema di una sola parte. Oggi ci capita di aver avuto tre Presidenti della Repubblica consecutivi, nell’arco degli ultimi 19 anni, tutti tendenzialmente o manifestamente di sinistra, e quindi la composizione della Corte è sbilanciata da quella parte. Ma in un altro momento storico potranno presentarsi condizioni ribaltate, e saranno altrettanto deleterie, per l’autorevolezza della Consulta, di quelle di oggi.

La politica ci pensi, e riformi quel che c'è da riformare, invece di fingere di scandalizzarsi quando qualcuno, commentando questa o quella decisione, si toglie la museruola dell’ipocrisia - magari perché scottato dal verdetto - e dice apertamente quello tutti sanno: che l’Alta Corte non è altro che un parlamentino togato, credibile non più di quanto lo siano i suoi fratelli maggiori di Montecitorio e Palazzo Madama. E che di garanzie ne dà si, ma a seconda delle stagioni.

martedì 11 gennaio 2011

La Dieta del Sindacalista


Una volta si diceva “armiamoci e partite”, che in sintesi vuol dire fare gli eroi sulla pelle degli altri.
La FIOM sta conducendo una fiera battaglia per il “no” al referendum sull’accordo di Mirafiori che si terrà giovedi e venerdi prossimo.
Un accordo che porta investimenti, soldi (soldi veri, come si dice), impegni sulla produzione e una prospettiva di lavoro a lungo termine per lo stabilimento.
Alla FIOM l’accordo di Mirafiori, firmato da tutte le altre sigle sindacali, proprio non va giù, è un accordo “fascista”, figlio di una logica “nazista” (è stato detto anche questo), antidemocratico, anticostituzionale e compagnia bella.

Domanda: Se vince il “no” cosa succede? Marchionne ha già detto che se l’accordo salta gli investimenti FIAT prendono l’aereo e volano all’estero, negli USA, in Canada, o altrove. E se i soldi salutano anche i posti di lavoro non si tratterranno per molto.
La questione delle prospettive del “no” è stata posta ripetutamente, ieri sera, nel corso del programma “Porta a Porta” a Giorgio Airaudo, leader della FIOM.
Airaudo per due volte ha semplicemente evitato di rispondere, divagando in varie direzioni sui massimi sistemi. Poi, non potendo evadere la domanda una terza volta, se l’è cavata dicendo che “se vince il no si riparte daccapo con la trattativa”. Il punto è che ripartirebbero da soli, lasciando gli operai con il fazzoletto in mano a salutare gli investimenti in aeroporto.

E poi? E poi un bello sciopero generale: striscioni, bandiere, fischietti a go go, la Camusso che canta “Bella Ciao” in piazza, strappando l’inevitabile lacrimuccia del nostalgico. Tutto bellissimo, chissà se si riesce a metterlo in mezzo ad un panino e a farlo mangiare a chi ha perso il lavoro. 
L’alternativa è la "dieta del sindacalista", una rivisitazione in chiave moderna della “dieta del camaleonte” di Amleto. Rivisitata si, ma solo nel nome, il menù resta lo stesso: aria pura farcita di promesse.


P.S. La FIOM sollecita il P.D. a prendere una posizione chiara sulla questione Mirafiori, ma anche su questo dimostra di non aver capito come va il mondo. Il P.D. la sua posizione l’ha già presa e da tempo. E non è una posizione episodica, ma l’espressione ormai consolidata di quella che qui abbiamo chiamato la “Linea P.D.”, cioè “Poi Decido”.

Road to Nomination: 1 - Mitch Daniels




Inizia la Road to Nomination di questo blog. Grazie ai minispecial di Fox News andiamo a conoscere meglio 12 potenziali candidati alla nomination repubblicana per l'elezione presidenziale del 2012. Iniziamo da Mitch Daniels, che ci viene incontro a bordo della sua Harley Davidson.

Governatore dell’Indiana al secondo mandato, Daniels gode di un crescente consenso all’interno del GOP. Ha affermato di non voler correre alle presidenziali dell’anno prossimo ("non ho mai pensato di candidarmi a qualcos'altro, l'ho detto e ripetuto. Mi hanno chiesto di mantenermi  aperto alla cosa. Ok, ma niente è cambiato"), ma il suo nome viene comunque fuori come uno dei più convincenti.
Eletto per la prima volta nel 2004 è riuscito, nel giro di dodici mesi a portare l’Indiana, che non aveva chiuso un bilancio in pareggio nei precedenti 8 anni, da un deficit di 600 milioni ad un surplus di 300, grazie a robusti tagli di spesa.

Paghiamo i nostri conti e ci resta anche qualcosa in cassa. Tutto questo senza alzare le tasse”.

Tra le sue misure più drastiche la cessione ad una società privata australiana della gestione della più estesa autostrada a pedaggio dell’Indiana. “finché la gestivano i politici perdeva solo soldi, ne abbiamo ricavato quasi 4 miliardi di dollari e la strada non è mai stata in condizioni migliori di adesso”.
Durante il primo anno di mandato il suo indice di approvazione è sceso al 33%, anche a causa della sua proposta di aumentare dell’1% le tasse sui redditi superiori a 100,000 dollari.
Il vento però ha fatto presto a cambiare e nel 2008 Daniels è stato rieletto governatore, con 18 punti di vantaggio, lo stesso giorno in cui il GOP perdeva lo stato dell'Indiana, a vantaggio di Obama, nell’elezione presidenziale.
Il suo gradimento nello stato che amministra si aggira oggi intorno al 65% e la gente della sua terra non ha dubbi che farebbe bene anche a Washington.

Secondo Daniels il paese deve prendersi una tregua sui temi di etica sociale per concentrarsi, senza divisioni, sul superamento della crisi economica.
Abbiamo un problema, il debito, che sta crescendo ad una velocità terrificante. Quello che dico è che sarebbe d’aiuto se ci fosse consapevolezza del fatto che questo problema lo dobbiamo affrontare tutti insieme, come raramente è successo in passato, a parte nei periodi di guerra”.

Qual è in questo momento il più importante tema di politica estera?
I rapporti con la Cina. Ma a questo punto della nostra storia i peggiori problemi per la nostra sicurezza ci piomberanno addosso se lo stato andrà in bancarotta. Stiamo prendendo a prestito una quantità di soldi molto maggiore dell’intero budget della difesa”.

Sulla riforma sanitaria:
Chi si oppone a cambiare il sistema sanitario è il vero nemico del sistema sanitario stesso. Dobbiamo essere preparati a fare grossi cambiamenti se vogliamo qualcosa che possa reggere per i prossimi 10 o 20 anni. Dobbiamo concentrare le risorse su chi ne ha maggiormente bisogno”. Ma non si può rinunciare al controllo della spesa.

In un momento in cui i bilanci federali viaggiano con un deficit di quasi 1500 miliardi di dollari Daniels, che ha la fama di essere un "tagliatore" implacabile, potrebbe essere l’uomo giusto per rimettere le cose in sesto, anche se la sua precedente esperienza alla Casa Bianca, come responsabile del budget della prima amministrazione Bush, coincise con il passaggio dal surplus degli anni ‘90 ad "rosso" di 400 miliardi.
Daniels ribatte che il deficit non era direttamente collegato con il suo ruolo, poi aggiunge “nessuno ha odiato più di me vedere il surplus sparire, ma non fu una questione di politica, fu l’esplosione di una bolla, ricordi la bolla dei titoli informatici? E comunque oggi ci andrebbe benissimo tornare a quei livelli di deficit, che in ogni caso scese sotto i 200 miliardi in un paio d’anni”.

Non avrei mai immaginato che il problema del debito assumesse queste dimensioni. Non puoi gestire una famiglia, una pompa di benzina, e men che meno un paese, con questo livello di debito. O cambiamo radicalmente rotta o è matematico che andremo in bancarotta”.

My two cents: Daniels è certamente un uomo capace di scelte coraggiose e di buona amministrazione. E’ da vedere se il suo profilo di personaggio pubblico e il suo carisma possano essere all’altezza di una campagna presidenziale e "scaldare" la gente quel tanto che serve.
Se ci possono essere dubbi sulla sua capacità di farsi eleggere non ce ne sono sul fatto che, tra i nomi che circolano, sarebbe uno di quelli che alla Casa Bianca farebbe il lavoro migliore. Come dice David Yepsen nel video "la gente non salterà su e giù per lui, ma lo rispetterà".

Prossima fermata Mississippi, dove ci aspetta il governatore Haley Barbour.

lunedì 10 gennaio 2011

L'Europa Inutile


Se chi si occupa di enti inutili entrasse nei sacri palazzi dell’Unione Europea troverebbe lavoro per almeno tre generazioni. Ce ne eravamo quasi dimenticati, ci hanno pensato i fatti di stretta attualità a ricordarcelo.

Dal caso Battisti alla strage di Alessandria d’Egitto, l’Europa, sempre pronta ad agitare il suo ditino di biasimo quando si tratta di richiamare all’ordine un paese membro in nome della nobile causa  dell’omogeneizzazione culturale, ha risposto facendo spallucce: “non sono affari nostri”. Ci mancherebbe.

La vicenda Battisti è una questione bilaterale tra Italia e Brasile” afferma la Commissione Europea. E’ vero, il trattato di estradizione impegna esclusivamente Italia e Brasile, ma la motivazione con cui Lula ha rispedito la richiesta italiana al mittente riguarda anche l’Europa, eccome se la riguarda, perché affermare che Battisti in Italia sarebbe stato oggetto ad atti persecutori o discriminatori significa mettere in dubbio le fondamenta stesse di un sistema giuridico che, come quello di tutti gli altri paesi membri, è soggetto al Trattato sull'Unione Europea.
Se l’UE fosse una cosa seria come potrebbe tollerare che uno stato estero dica al mondo che uno dei suoi membri fondatori emette condanne all’ergastolo (per omicidio) viziate da volontà di discriminazione o persecuzione?  

E che dire del silenzio assoluto sulle stragi di cristiani e sul tema della libertà di culto?
Cristiani? E chi sono? In Europa non li abbiamo mai visti, e che nessuno insinui che fanno parte delle nostre radici perché l’Europa che abbiamo nel cuore e nella mente di radici non ne ha e non vuole averne. Avere radici culturali non è politically correct e mette tremendamente a disagio gli “ospiti”. E l’ospite, si sa, ha sempre ragione, tranne naturalmente quando l’ospite siamo noi.
  
L’Europa che mette amministratori di condominio ad occuparsi di politica estera ha faccende ben più serie e urgenti da sbrigare: come ad esempio mettere al bando la Nutella, o insegnarci che il vino si fa senza uva e il formaggio senza latte.
Insomma, tra Bruxelles e Strasburgo si fa sul serio, di sciocchezze come la persecuzione dei cristiani nel mondo se ne interessi chi ha più tempo libero, noi siamo troppo occupati a convincere, ed a convincerci, di non avere una cultura nostra così da essere più accoglienti con chi vuole imporci la sua. E, mi raccomando, togliete quei crocefissi dalle aule delle scuole prima che qualcuno si offenda.
Lo chiamano “favorire l’integrazione”, ma solo l’affermazione di un’identità chiara può portare alla fine tutti a riconoscersi negli stessi valori di base, cioè appunto ad integrarsi. Diversamente l’unica cosa che si favorisce è il moltiplicarsi di innumerevoli isole etniche, valoriali, culturali, impermeabili e separate dalle comunità in cui sono inserite, dove ciascuno risponde solo a se stesso e mantiene unicamente le radici che si è portato da casa, dato che, a differenza nostra, non se ne vergogna.

Un’Europa che rinuncia in partenza a difendere al suo interno la sua identità, e quella dei suoi stati membri, può parlare con voce alta e forte quando i valori che sono il prodotto di quell’identità vengono calpestati in altre parti del mondo? No, ed infatti non lo fa.

C’è chi ha scritto che L’Europa è un morto che cammina. Sbagliato. Nessuno l’ha mai vista camminare.
Più tardi parliamo di America? Sarà meglio.

domenica 9 gennaio 2011

Il Clima d'Odio


Finalmente li abbiamo convertiti.
Pochi minuti fa Giovanna Botteri, in collegamento da New York per il TG3, ci ha spiegato che l'attentato alla deputata democratica dell'Arizona Gabrielle Giffords - ad opera di un pazzoide al tempo stesso marxista e hitleriano, che si incappuccia e brucia la bandiera americana su Youtube e propone deliranti teorie complottiste sul controllo della mente attraverso la grammatica - è figlio del "clima d'odio" alimentato in America dai repubblicani e, naturalmente, da Sarah Palin, colpevole di aver messo nel mirino il seggio della Giffords in vista delle elezioni dello scorso novembre.

E perché mai non avrebbe dovuto metterlo nel mirino se si trattava di un seggio in bilico?
Ma il punto è un altro:
La sinistra italiana un anno fa rispedì al mittente l'accusa di aver contribuito a creare il clima che portò all'attentato a Berlusconi. Qualcuno andò oltre sbottando "Cosa c'entriamo noi? è lui che se l'è cercata".
Per chi non cogliesse il riferimento: in alto è visibile l'immagine dell'eloquente titolo che campeggiava sul sito dell'onorevole Antonio Di Pietro  poche ore dopo l'aggressione di Piazza Duomo: "Chi semina vento raccoglie tempesta".
Oggi però all'improvviso i media illuminati riscoprono il clima d'odio come fattore decisivo per spiegare l'atto violento di un estremista contro un personaggio politico. 

Come se il mirino, tutto politico, della Palin pesasse più delle accuse da codice penale che la sinistra nostrana rivolge abitualmente al suo odiato avversario, dandogli del "corruttore, mafioso, fascista, stupratore della democrazia". Accuse alle quali certa stampa, che oggi fa la faccia atterrita e costernata al pensiero di una politica fatta solo di insulti, non manca mai di fornire il megafono.

Ciliegina sulla torta del servizio della Botteri è stato alludere che la mano dell'estremista sia stata armata dalla tensione sociale provocata dalle dure leggi sull'immigrazione di cui si discute nello stato dell'Arizona.
Insomma vorrebbero farci credere che Gabrielle Giffords, che ci è stata subito presentata come una deputata pro aborto e pro ricerca sulle staminali, è diventata bersaglio del fanatico di turno a causa del suo convinto sostegno alle frontiere aperte a tutti. Peccato che la realtà vera non assomigli a quella raccontata dal TG3 nemmeno da lontano. Per rendersene conto basta leggere quello che la stessa Giffords scriveva, sulla sua pagine web, solo pochi mesi fa, quando denunciava duramente l'incapacità del governo federale di far rispettare i confini meridionali dell'Arizona e il conseguente forte impatto negativo dell'immigrazione clandestina.

Naturalmente auguriamo alla Giffords di rimettersi presto e completamente, così come auguriamo all'attentatore Jared Loughner, di 22 anni, (che ha causato la morte di sei persone) di passarne in galera almeno altrettanti. Sono queste le due sole cose che contano veramente.
Ma allo stesso tempo va rilevato ancora una volta non solo il doppiopesismo, ma anche la superficialità e, spesso, la mala fede di certi media di casa nostra, che danno il meglio di sé quando parlano di argomenti di cui lo spettatore medio è digiuno o quasi, sentendo di potersi spingere più in là che mai sul terreno delle invenzioni interessate, senza essere "tanati".

Da oggi in ogni caso il dado è tratto. La presa di coscienza è pubblica, acquisita. La conversione sul clima d'odio è  definitiva, irreversibile. Ci aspettiamo dunque che, nel malaugurato caso di nuovi atti di violenza e di intolleranza in Italia, la nostra stampa progressista consideri seriamente l'influenza su di essi del clima creato da alcuni settori della politica e la smetta di portare quotidianamente in trionfo personaggi che su questo clima costruiscono il loro consenso. Dite che rimarremo delusi?

La Società Civile



La Società Civile con la FIOM. Gli intellettuali si mobilitano contro Marchionne e firmano un appello a sostegno della FIOM per condannare l'accordo sullo stabilimento di Mirafiori, definito "l’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft, dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente".
I promotori sono l'inevitabile Paolo Flores D'Arcais, l'onnipresente Andrea Camilleri e l'inossidabile Margherita Hack (che lasciamo stare perché colta in queste ore da improvviso amore Berlusconiano, per la nota vicenda dei Colibrì, e non è bello parlare male di chi ha slanci simili), tra i firmatari tutti o quasi i nomi belli dell'intellighenzia illuminata di questo paese: c'è Dario Fo, c'è Franca Rame, c'è ovviamente Gino Strada, risponde all'appello Sergio Stanio, figuriamoci se potevano mancare Furio Colombo, Piergiorgio Odifreddi e Fiorella Mannoia, e poi c'è Gianni Vattimo che tra fenomeni, scrittori, geni e premi nobel riesce comunque a spiccare per il suo pedigree.
Vattimo ha tutti i segni particolari dell'Oracolo: è un eurodeputato dell'IdV, è un filosofo, ha un blog sul sito del Fatto Quotidiano, insomma è uno di quelli che quando parlano vanno ascoltati in silenzio per capire come va il mondo e, soprattutto, come dovrebbe andare.

Mercoledi sera Gianni Vattimo è intervenuto in diretta alla Zanzara di Giuseppe Cruciani, e ha ribadito che Marchionne applica logiche da campo di sterminio nazista, poi, da degno ispiratore della parte migliore della società civile, ci ha spiegato nell'ordine: che Confindustria è più o meno roba della malavita, che i sindacati che hanno firmato l'accordo di Mirafiori sono paragonabili ai ladri che tengono famiglia, che l'antioccidentalismo e antisemitismo di Ahmadinejad è "abbastanza condivisibile" e infine ha concluso sposando la decisione "finalmente indipendente" di Lula di non estradare Cesare Battisti perché diversamente sarebbe stato un trionfo dei "banditi" del governo Berlusconi. Questo con buona pace delle leggi, delle condanne definitive per omicidio e dei familiari delle vittime che tanto "non ne caverebbero niente". Amen.
Insomma la morale è che pur di fare un dispetto a Berlusconi va bene anche lasciare un pluriassassino in libertà. Ci sarebbe da stupirsi se queste considerazioni non venissero dalla stessa persona che lo scorso febbraio arrivava ad ipotizzare una candidatura per Massimo Tartaglia, decorato sul campo per l'aggressione a Berlusconi a Piazza Duomo. Merito ritenuto però politicamente insufficiente, forse perché Tartaglia non colpì abbastanza forte?

Questa signori è la società civile. Figuriamoci quella incivile...

Road to Nomination


La corsa alla nomination per le elezioni presidenziali americane del novembre 2012 entrerà nel vivo solo tra qualche mese, ma già da tempo circolano molti nomi, più o meno credibili, di potenziali candidati repubblicani per il ruolo di sfidante di Obama.
All’indomani delle elezioni di Mid Term il network Fox News ha realizzato una serie di minispecial su 12 potenziali pretendenti alla nomination del GOP:

Mitch Daniels, governatore dell’Indiana.
Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts.
Tim Pawlenty, governatore del Minnesota.
John Thune, senatore del South Dakota.
Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska.
Mike Huckabee, ex governatore  dell’Arkansas.
Newt Gingrich, ex speaker della Camera dei rappresentanti
Haley Barbour, governatore del Missisisppi.
Jim DeMint, senatore del South Carolina.
Mike Pence, deputato dell’Indiana.
Chris Christie, governatore del New Jersey.
Bobby Jindal, governatore della Louisiana.

Nei prossimi giorni, grazie al materiale trasmesso da Fox News (che include interviste inedite ai protagonisti ed il commento di Larry Sabato, noto analista politico) inizieremo a conoscergli meglio, non necessariamente in quest’ordine.
Si comincia domani con il governatore dell’Indiana Mitch Daniels. Stay tuned.

giovedì 6 gennaio 2011

Diamo i Numeri



Un'analisi illuminante di cosa è successo nel 2010 negli USA la dobbiamo al corrispondente dalla Casa Bianca della CBS (per gli intimi: Credibility Below Standard).
Veniamo così a scoprire che il Presidente Obama:
- Ha tenuto 27 conferenze stampa (di cui 6 individuali alla Casa Bianca) e 17 incontri pubblici informali.
- Ha fatto 65 viaggi interni per un totale di 104 giorni.
- Ha visitato 9 stati per la prima volta.
- Ha fatto 6 viaggi di vacanza per un totale di 32 giorni.
- Ha fatto 6 viaggi all'estero in 8 paesi per un totale di 22 giorni.
- Ha volato 172 volte sull'Air Force One.
- Ha firmato 203 leggi.
- Ha tenuto 6 riunioni di gabinetto.
- E' stato a Camp David 4 volte per un totale di 8 giorni.
- Ha concesso 107 interviste.
- Ha visto 61 leader stranieri.
- Ha giocato 29 volte a golf e 20 volte a basket.
 
Tutte cose  che presumibilmente entusiasmano ed appassionano lo spettatore medio della CBS.
Tra le righe, buttati là come tutti gli altri dati fondamentali di questa analisi, ci sono anche i numeri della disoccupazione (9.8%) e del debito pubblico, salito di 1500 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi.
D'altra parte però le partite di basket del Presidente sono aumentate in doppia cifra rispetto al 2009, non si spiega quindi  il fatto che il 65% degli americani senta che il paese sta andando nella direzione sbagliata. Magari di questo, alla CBS, parleranno la prossima volta.

mercoledì 5 gennaio 2011

Check out Time


Facciamocelo raccontare dal democratico Washington Post, il gusto ci guadagna:
"Republicans, their ranks expanded by tea party-backed freshmen, take control of the House when the 112th Congress convenes at noon on Wednesday"

"I Repubblicani, i cui ranghi sono rafforzati dai nuovi arrivati sostenuti dal tea party, prendono il controllo della Camera alla prima riunione  del 112esimo Congresso mercoledi a mezzogiorno".

John Boehner, deputato dell'Ohio e leader dei Repubblicani alla Camera, è stato eletto nuovo Speaker con 241 voti. Nancy Pelosi ha svuotato i cassetti, ma, glielo riconosciamo, l'ha fatto con stile. In Italia dubito che ci capiterà mai di assistere ad un avvicendamento tra maggioranze come quello che è avvenuto oggi a Washington. Da mettere in dvd e spedire a Roma per una proiezione a scopo didattico davanti alle due  Camere riunite.





"We are going to be about cutting spending and cutting the job-killing regulations that this administration has been about over the last two years"
"Ci occuperemo di tagliare le spese e le regole ammazza-lavoro che questa amministrazione ha prodotto negli ultimi due anni"
Ha promesso il repubblicano della Virginia Eric Cantor. La battaglia sulla riforma sanitaria inizia tra una settimana esatta, ne riparleremo.

Mentre aspettiamo, nel video sotto possiamo rivedere il momento in cui, quattro anni fa, lo stesso Boehner aveva consegnato alla Pelosi il martelletto da speaker. Diamo il bentornato a casa al legnoso oggetto.


Meno Male che c'è Carla Bruni



“Quanto più un paese riesce a parlare con una voce sola, tanto più questa voce viene ascoltata. E l'Italia, oggi, ha il diritto e il dovere di farsi sentire”.

Queste parole sono state scritte in questo blog poche ore dopo la vergognosa decisione di Lula di negare l’estradizione di Cesare Battisti.
Sono passati cinque giorni e il mondo politico non ha mancato di far sentire la sua voce (e ci mancherebbe) per condannare l’atto con cui uno stato estero ci ha negato il rimpatrio di un soggetto, che da noi è condannato all’ergastolo per omicidio, con la motivazione che all'interno dei nostri confini verrebbe perseguitato e discriminato.

Tutto bene. Ma si poteva fare meglio e non parlo solo dell’improvvisa afonia della sinistra urlatrice e piazzaiola che tutto ad un tratto ha scoperto il fascino discreto del sottovoce.
Sorvolando per amor di patria su certe prese di posizione della neo-destra moderna ed europea - che non è riuscita a trattenersi dal tirare fuori, anche da questa vicenda, una polemica casalinga contro il governo che onestamente c’entrava come un attaccapanni in una spiaggia di nudisti - bisogna rilevare che anche le manifestazioni di ieri, davanti all’ambasciata brasiliana, per quanto condivisibili nella sostanza, abbiano in fondo rappresentato un’occasione mancata.
La staffetta dei partiti che si danno il cambio in piazza (neanche fossero a Tribuna Politica), per non contaminarsi a vicenda finendo nella stessa inquadratura al TG, è lo specchio dell’incapacità tipicamente italiana di unire le forze, di parlare all’unisono, con una sola voce, anche nei rari casi in cui si dicono le stesse cose.

Negli Stati Uniti, dopo l’uragano Katrina, il presidente Bush chiamò due suoi predecessori per occuparsi congiuntamente della raccolta di fondi a sostegno della popolazione, erano Bush padre e quel Bill Clinton che lo aveva battuto nella corsa alla Casa Bianca anni prima. Non è che in America siano tutti amici, anzi, se le suonano di santa ragione, altro che Post-partisanship, ma non hanno paura di farsi fotografare insieme se l'occasione lo richiede. Ve la immaginate una cosa del genere in un’Italia dove riusciamo a farci la guerra anche sui terremotati dell’Abruzzo?

In parlamento verranno presentate delle mozioni e tutti le voteranno, cosa utile e lodevole, ma l’effetto sarebbe ben più convincente se di mozione ce ne fosse una sola, firmata (non solo votata) dai capigruppo di tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione. A cosa serve presentare ognuno la propria mozione spostando le virgole da un capoverso all’altro?

Per carità, nessuno pensa che una mozione o un sit in possano riportare Battisti nelle patrie galere, ma fa tristezza vedere che questo paese non perde occasione per mostrare quelle debolezze che tante volte ne hanno fatto facile terra di conquista per chiunque, o quasi, ci abbia provato.

Sapete che vi dico? Meno male davvero che c’è Carla Bruni, che è felice di non essere più italiana, che porta in giro per i palazzi d’Europa quell’aria tipica dell’intellettuale radical chic con la puzza sotto il naso, che vive chiusa nella sua torre d’avorio ma si sente paladina dell’uomo della strada, che ha il debole per l’assassino scrittore, intercede per lui perché le è piaciuto il suo ultimo libro e lo va pure a dire in giro.
Almeno su Carla Bruni siamo tutti d’accordo e non ce ne vergogniamo, per le cose serie ci stiamo attrezzando.

martedì 4 gennaio 2011

Riformate e Vivete


La ripresa dei lavori parlamentari incombe e con essa l’avvio di un mese decisivo per le sorti della legislatura.
In attesa che escano allo scoperto i famosi otto deputati che dovrebbero puntellare la maggioranza alla camera, il terzo polo fa i conti con un’amalgama che non si trova.
Se la grana delle divergenze bioetiche può essere disinnescata (per ora) appellandosi alla libertà di coscienza e la patata bollente della riforma universitaria (affrontata non proprio brillantemente) è ormai alle spalle, all’orizzonte si profilano nuove prove, non solo parlamentari (vedi le alleanze per le prossime amministrative) che potrebbero portare allo scoperto altre linee di frattura.

E, al di là delle diverse vedute sui singoli provvedimenti, anche sulla strategia a medio termine si registrano prese di posizione che non sembrano proprio facili da armonizzare.
L’ultrà-violetto Granata rilancia la “fine del Berlusconismo” come ragione sociale unica di FLI,  ma da altre aree del terzo polo (paradossalmente proprio da quelle che non devono la loro presenza in parlamento ad un simbolo con scritto “Berlusconi Presidente”) arrivano parole di tutt’altro tenore: appena quattro giorni fa Cesa si è dettopronto a collaborare con Berlusconi se si mostrerà aperto alle proposte in Parlamento”.

Ovviamente non si tratta di un impeto di ritrovato amore dei centristi verso il premier, ma di un effetto della  “pace per forza” scoppiata dopo il doppio voto di fiducia del 14 dicembre, che ha sancito, almeno  per il momento, che l’unica alternativa allo scioglimento delle camere è il governo in carica, e, dato che le elezioni non le vuole nessuno, la spallata a Berlusconi appare meno attraente che in passato.

In questo scenario se il governo vuole consolidare il suo vantaggio (che, per adesso, è puramente  congiunturale e può evaporare da un momento all’altro) deve accelerare sulle riforme: giustizia e fisco in testa. Non è più tempo di puntate prudenti, da adesso in poi ad ogni mano ci si gioca la permanenza al tavolo. Fisco e giustizia sono nodi su cui il paese aspetta risposte da tempo e vanno affrontati immediatamente per avere delle ragionevoli speranze di scioglierli entro fine legislatura.

Ma ci sono altri buoni motivi per agire:  un esecutivo impegnato a togliere dalla schiena del paese un po’ della zavorra che si porta addosso è l’unica garanzia che il trend positivo evidenziato dai sondaggi sul finire del 2010 non si invertirà. E quanto più i sondaggi premieranno l’alleanza di governo, tanto meno aleggeranno nel palazzo strane idee di imboscate e sgambetti, perché ogni scossone rischia di portare tutti dritti alle urne.

Non è tutto: un’accelerazione riformatrice avrà anche l’effetto collaterale di far venire a galla le tante contraddizioni interne al terzo polo e in particolare a FLI i cui parlamentari, messi davanti a progetti e proposte coerenti con lo spirito del programma del 2008, non potranno far altro che dividersi tra chi in quegli obiettivi continua a credere e chi li persegue solo a parole, come “copertura” per quella ragione sociale unica brillantemente illustrata da Granata.

Non è il momento di perdersi in chiacchiere, il governo eviti di arenarsi in polemiche autoreferenziali sulla sua sopravvivenza (durerò, non durerò, c’è l’allargamento, non c’è l’allargamento), cerchi di parlare meno di se stesso e di promuovere iniziative su quei temi di peso che possono infilarsi come un cuneo tra le divisioni dei suoi avversari e mandarne in frantumi la fragile unità.

Oggi più che mai il governo dura se fa. E’ questo il tema del secondo tempo della legislatura. Come diceva il console romano Quinto Ario in Ben Hur: “remate e vivete”, altrimenti le profondità delle acque vi aspettano.

lunedì 3 gennaio 2011

L'Atomo Sfuggente


Un ubriaco senza patente si schianta a velocità folle con la sua macchina provocando ogni genere di danno a cose e persone. Una scena che purtroppo si ripete con triste regolarità e non stupisce più nessuno. Ma come reagiremmo se qualcuno, commentando un incidente del genere, chiedesse di mettere al bando le auto? Come minimo gli consiglieremmo un lungo soggiorno nel più vicino centro di igiene mentale.
Eppure può succedere che un’intera nazione si comporti allo stesso modo e che dopo quasi un quarto di secolo fatichi ancora a rendersene conto.

Per non essere vaghi: quel paese è l’Italia. Poco meno di un quarto di secolo fa l’incidente di Chernobyl innescò un processo del tutto irrazionale che ci portò a buttare giù per lo scarico strutture, progetti in fase avanzata, competenze di prim’ordine ed investimenti miliardari.
L’Italia decise di disfarsi in fretta e frutta della sua tecnologia nucleare, frutto di decenni di sviluppo sul campo, a causa di un’esplosione in un reattore ucraino, praticamente privo di misure di sicurezza, senza una struttura di contenimento e gestito da personale impreparato. Insomma l’equivalente dello schianto di un ubriaco senza patente.

E così da allora, per dirla con le parole di un amministratore delegato dell’ENEL, “alimentiamo le nostre centrali a Chanel n.5”, cioè con il mix energetico più costoso del mondo: petrolio e gas. Con il risultato che l’energia ci costa il 30% in più della media europea e che, dato che i rigassificatori ci stanno poco simpatici, dipendiamo da una ristretta cerchia di paesi non proprio tra i più stabili ed affidabili del globo.

La decisione di investire di nuovo sul nucleare è stata una svolta nella direzione di una maggiore indipendenza energetica, ma non basta approvare una legge per concretizzarla. Recuperare il gap tecnologico richiederà degli anni, ma è bastato leggere ed ascoltare, in questi mesi, le reazioni dei soliti ambientalisti illuminati per capire che il gap più urgente dal colmare, se non vogliamo che l’obiettivo ci sfugga ancora, è di natura culturale.

Un primo passo in questa direzione è stata l’apertura del Forum Nucleare Italiano. Un luogo dove finalmente si affronta la questione nel merito. Fin quando si ragiona solo in termini generici, senza far parlare dati, fatti e numeri, è troppo facile per i venditori di luoghi comuni spacciare il loro fumo per verbo rivelato.

E di luoghi comuni da sfatare ce ne sono tanti: “Il nucleare inquina”. In un paese in cui si vive di solo petrolio più che un’obiezione  sembrerebbe una battuta di spirito, ma è un tema che va preso sul serio.
Non esistono fonti energetiche non inquinanti, agli scarti della produzione di energia mediante il nucleare abbiamo però dato un nome, "scorie", che ci fa una gran paura. Anche solo l’idea di un cucchiaino di scorie, stoccato chissà dove, ci sembra qualcosa di maledettamente più pericoloso delle tonnellate di CO2 che immettiamo in atmosfera quando bruciamo combustibili fossili e che già oggi avvelenano l'aria che respiriamo, causano malattie letali e, secondo molti (non tutti)  sconvolgono il nostro clima.
Per non parlare di quando accadono incidenti come quello nel Golfo del Messico e la materia prima finisce direttamente in mare, causando disastri devastanti.

Giovanni Lelli, dell’ENEA, ha affermato che in 60 anni di funzionamento i reattori previsti dal programma italiano produrranno una quantità di scorie pari ad un cubo del lato di 30 metri. Domandiamoci quanti miliardi di tonnellate di gas inquinanti immetteremmo in atmosfera per ottenere la stessa energia con gas e petrolio.

L’altro mito duro a morire è che “i paesi avanzati il nucleare l’hanno salutato da un pezzo ed investono solo in rinnovabili”. Chi pensa di risolvere la questione dell'approvvigionamento energetico con le rinnovabili non ha chiari i termini del problema. Le rinnovabili come il solare fotovoltaico hanno un contributo importante da dare, ma non possono sostituirsi a tutto il resto, sia per una questione di costi che di potenzialità. A parità di energia prodotta un parco solare occupa 1000 volte la superficie di una centrale nucleare.

Si parla spesso di Germania e Stati Uniti, ma si dimentica di dire che pochi mesi fa il Bundestag ha deciso di rinviare la chiusura dei reattori attualmente funzionanti (decisa dalla ex maggioranza socialdemocratica nel 2000) dal 2022 al 2035. E da qui al 2035 succederanno molte cose.
E ci si dimentica anche che l'amministrazione Obama, a 30 anni dall'incidente (senza conseguenze) di Three Mile Island, ha finanziato la costruzione di due nuove centrali in Georgia.

In Italia siamo specializzati nel ridurre sempre qualunque problema ad una guerra di religione e siamo abituati a parlare per dogmi. E' un'attitudine poco pragmatica che non ci ha mai aiutato e in termini energetici ci è costata molto cara. La nascita di luoghi come il Forum Nucleare Italiano può essere un'occasione per spostare finalmente il discorso dai dogmi ai fatti.