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martedì 5 febbraio 2013

L’IMUnodeficienza




Se c’è una cosa che abbiamo imparato in un anno di governo tecnico è che non si vive senza l’Imu: l’Imposta che ci ha salvato dalla deriva greca (copyright P.F. Casini), qualunque cosa voglia dire.
Apriti cielo dunque quando qualcuno prima ha proposto di abolire l’Imu sulla prima casa e poi, orrore, addirittura di restituire il maltolto incassato nel 2012.
Proposta ridicola, demagogica, populista l’hanno subito bollata gli esponenti del “nuovo-arco-costituzionale-wannabe”, i Casini e i Bersani, quelli che di tasse sono sempre vissuti e quindi comprensibilmente sull’argomento sono un tantino sensibili. Ci vuole tatto.
Monti? Il Tecnico in Capo, il volto nuovo del popolarismo europeo, ha voluto distinguersi arrivando ad ipotizzare, da autentico moderato, che si tratti di voto di scambioCorruzione.
Come se un cittadino che va a votare pensando alla salute delle sue tasche dovesse sentirsi in colpa per essere stato corrotto da qualcuno.
Il benessere di un paese dipende anche e soprattutto da quanto sono piene le tasche di chi ci abita. Vallo a spiegare a chi vive di solo spread.
Ma soprattutto l’idea di abolire l’Imu sulla prima casa (con effetto retroattivo al 2012) è stata  giudicata irrealizzabile. Perché appunto non si vive senza l’Imu.

Oddio, la capacità dell’autore della “proposta shock” di passare dalle parole ai fatti è come minimo da discutere, e resta sempre il piccolo problema di coerenza di un partito che prima vota l’introduzione di questa IMU in parlamento e un anno dopo fa la campagna elettorale sulla sua abolizione.
Sulla genuinità della proposta e suoi “buoni propositi” di chi l’ha avanzata ognuno è quindi libero di farsi la sua opinione, ma dire che abolire l’Imu sulla prima casa vuol dire scardinare irreparabilmente i conti dello Stato è una balla di quelle certificate.

Per la verità questo film l’abbiamo già visto: nel 2006 fu sempre l’Uomo Nero di Arcore a proporre l’abolizione dell’Ici sulla prima casa nell’unico sussulto di un soporifero confronto televisivo pre-elettorale con Prodi.
Stesso copione, risatine di sufficienza abbinate alla solita “indignazione telefonata”, che per molti è diventata ormai uno stile di vita. In pochi giorni il vantaggio elettorale del centrosinistra, dato per inattaccabile, si ridusse a cifre da prefisso telefonico internazionale (con il doppio zero davanti) e l'armata prodiana si ritrovò in mano una vittoria azzoppata che valeva poco più di un pareggio.
L’idea si rivelò talmente irrealizzabile ed eversiva che fu poi lo stesso governo Prodi a metterla in pratica per primo, poco più di un anno dopo, esentando dall’Ici sulla prima casa circa la metà del contribuenti italiani.

Venne poi il 2008 con la promessa berlusconiana di completare l’opera e di estendere l’esenzione a tutti i proprietari di prime case (tranne quelle di lusso). L’Italia votò, l’Uomo Nero vinse e il famigerato primo Consiglio dei Ministri a Napoli, sventurati noi, mantenne.
E lì iniziarono i guai. Eh si perché ormai ce l’hanno spiegato talmente bene che l’abbiamo capito “Se oggi c'è l'Imu bisogna accettare l'amara verità che si è abolita l'Ici senza calcolare le conseguenze, non poteva e non doveva essere abolita nella situazione economica in cui si trovava il paese". Insomma se oggi l’italiano medio deve fare i conti con le batoste dell’Imu la colpa è di ha abolito l’Ici sparando prima di mirare.

Però poi uno si fa due conti e scopre che l’intera ICI sulla prima casa valeva circa 2.5 miliardi di Euro, (3 miliardi secondo le stime più generose) il primo intervento del governo Prodi ne tagliò circa 1, quindi, riferendoci alla detassazione spericolata dell’ultimo governo di centrodestra, stiamo parlando di non più di 2 miliardi di euro.

2 miliardi di Euro erano e restano un gran bel gruzzolo, ma si tratta di 1/800 del nostro Pil  (lo 0.125%), di 1/400 della nostra spesa pubblica (lo 0.25%) e di 1/1000 del nostro debito pubblico (lo 0.1%). Non esattamente il genere di percentuali che fa la differenza tra il virtuosismo di bilancio e la bancarotta.

Per tappare questo buco da 2 miliardi il governo dei tecnici ha dato alla luce una tassa che nelle previsioni doveva incassarne circa 20, quando l’intera Ici (non solo quella sulla prima casa) ne portava nelle casse dello Stato meno di 10.
Per la serie “ci rifacciamo con gli interessi”: ogni anno avremmo recuperato cinque volte quello che l’Uomo Nero aveva irresponsabilmente lasciato per strada in ciascuno degli esercizi economici dal 2008 al 2011.
E non è finita qui, perché alla prova dei fatti il gettito IMU è stato di circa 24 miliardi, ovvero ben 4 miliardi in più rispetto a quelli che questo stesso governo aveva previsto (quindi le volte diventano sette).
Quanto vale tutta l’Imu sulla prima casa? Coincidenza: 4 miliardi giusti giusti.
Abolirla (o restituirla) vuol dire riportare il gettito complessivo dell’Imu più o meno a quanto stimato e messo in conto dallo stesso Governo del Professor Monti.

L’unico motivo per cui questa proposta potrebbe essere giudicata irrealizzabile è che abbiamo a che fare con uno Stato con le mani talmente bucate da non essere in grado di privarsi nemmeno di quello che non aveva previsto di incassare, per il semplice motivo che qualunque somma è già spesa prima ancora di essere incassata, secondo il ben noto principio per cui tutta l’acqua del mondo non riempirà mai un bicchiere a cui è stato tolto il fondo.
Tutto questo con buona pace di campagne di buonismo fiscale all’insegna del “pagare tutti per pagare meno”, uno slogan tanto sensato da sembrare vero, almeno fino a quando non ci si ricorda che lo Stato recupera regolarmente dalla lotta all’evasione una decina di miliardi di euro l’anno (12 miliardi nel 2012). Qualcuno ha mai visto un centesimo di quelle somme essere utilizzato per ridurre di un centesimo le tasse?

Così stanno le cose in Italia fuori dal recinto della balle di comodo, delle frasi fatte e dei Meme. Così era ieri e così sarà verosimilmente domani. Ma questo non significa che debba piacerci.

giovedì 22 novembre 2012

Eccesso di Reazione?





Nei sei giorni che hanno portato al cessate il fuoco di ieri sera sono morti civili innocenti sia in Israele che nella Striscia di Gaza.
Le morti innocenti sono tutte uguali, ma questo non basta a dare sostanza alla solita cantilena dell’equivalenza morale tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra, con l’immancabile bollino della “reazione sproporzionata” da attaccare addosso a chi non ha fatto altro che difendersi, come avrebbe fatto qualunque altro Stato aggredito da un suo vicino.
Quello della reazione sproporzionata è l’argomento tipico di chi vuol dar ragione all’aggressore sapendo di non poter negare che di aggressore si tratta. La conta delle vittime (molto più numerose a Gaza che nel sud di Israele) parrebbe dare ragione ai teorici dell’eccesso di reazione, ma non è così.

Israele è un fazzoletto di terra grande meno della Lombardia, circondato da un miliardo di persone che lo vedrebbero volentieri cancellato dalla cartina geografica capeggiati da leader che non hanno né pudore né timore di dirlo pubblicamente.
Non si sopravvive in uno scenario del genere senza avere un esercito meglio addestrato e meglio equipaggiato di quello dei “vicini” e questo nello specifico vuol dire anche un sistema di difesa che è costato un miliardo di dollari (finanziato anche dall’amministrazione Obama) che permette di abbattere molti dei razzi palestinesi che quotidianamente volano sulla testa di chi vive nel sud del paese, prima che possano esplodere a terra e fare vittime tra la popolazione.
Dall’altra parte del “fronte” Hamas usa come postazioni di lancio per quegli stessi razzi aree densamente popolate di Gaza trasformando scuole, ospedali ed edifici civili in genere in obiettivi militari con l’inevitabile conseguenza di metterci sopra il mirino dell’aviazione israeliana.

E’ la differenza sostanziale che c’è tra chi difende i propri civili e chi si fa scudo dei propri civili.
Altro che equivalenza morale.

Vallo a spiegare a certi nostri politici, dei quali questo blog prima o poi dovrà tornare (con il classico naso turato) ad occuparsi.
Vallo a spiegare ad esempio ai Vendola di turno che chiedono il ritiro del Premio Nobel per la Pace all’Europa (peraltro inutile come tutti i Nobel per la Pace) per “aver lasciato sola Gaza” a fronteggiare la “violenza Israeliana”. I Vendola di turno normalmente non sanno, o fingono di non sapere, che mentre il “violento” Israele faceva passare attraverso la sua frontiera cibo e medicinali destinati alle popolazioni colpite dai suoi raid, a Gaza si faceva festa per un attentato che ha causato qualche decina di feriti a Tel Aviv.

Poi ci sono i Bersani che, per carità, non fanno il tifo per nessuno. “Noi siamo per la pace e stufi di sopportare il conflitto”.
Tel Aviv e Gaza invece si divertono un mondo tra allarmi antiaerei, esplosioni e palazzi crollati.
Qualcuno li informi che Bersani è stufo di sopportare, così magari la smettono per fargli un favore.  

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martedì 17 aprile 2012

Il Nemico Pubblico




Siamo nei guai”, così Bersani ha commentato i dati dell’ultimo sondaggio Swg che dà il movimento 5 stelle di Beppe Grillo sopra al 7%.
Siamo nei guai caro Bersani, hai ragione, ma l’antipolitica, quella che “spazza via tutti”, non è la causa del male, bensì una delle sue conseguenze più prevedibili.
Mai era successo di parlare con persone di estrazioni e condizioni sociali lontanissime, nonché di idee politiche diverse se non opposte e sentirsi dire sempre di più la stessa cosa: ci stanno succhiando l’anima (comunemente si direbbe “succhiare il sangue”, ma in molti casi il sangue è  finito e ci si attacca all’etereo, almeno per chi ci crede).

La politica del governo Monti, per quanto si è visto in questi 5 mesi, è di quelle tipiche che in altre epoche storiche gli stati “conquistatori” adottavano nei confronti dei popoli sottomessi con la forza, popoli di nazioni ritenute ostili.
Il succo è che lo Stato, questo Stato, rappresentato da questo governo e da questa politica, rappresentante del “pubblico” nelle sue varie emanazioni, è oggi a tutti gli effetti un nemico del popolo le cui sorti è chiamato ad amministrare.
E in uno scenario simile tutto ciò che viene visto e vissuto come “anti” acquista immediatamente attrattiva. Anche se non ha niente di utile o di ragionevole da proporre come alternativa. Anche se si chiama Beppe Grillo.

Una volta le guerre tra stati “avanzati” si combattevano con le baionette o con i carri armati, nell’Europa di oggi governi di paesi sovrani (tra i quali tristemente anche l’Italia) sono stati deposti e rimpiazzati con l’arma della finanza, di quei “mercati” di cui tutti parlano cercando di piegarne le logiche alle proprie convenienze di bottega, ma che in fondo nessuno dimostra di capire e di cui pochi sono in grado di influenzare consapevolmente scelte e umori.
Oggi al posto di quei governi, certamente non esenti da colpe ma con il pregio di essere il prodotto di libere elezioni e di rispondere al popolo che li aveva votati, siedono tecnocrati eletti da nessuno e scelti nel chiuso di qualche salotto, che agiscono non si capisce bene in nome, e soprattutto per conto e nell’interesse di chi.
Lungi da questo blog indulgere in tesi complottiste, ma è sotto gli occhi di tutti che mentre l’Italia, dopo diverse decine di miliardi di manovre lacrime e sangue, si ritrova oggi a vendere i suoi titoli di stati ad interessi da suicidio (vedendo sia il famigerato spread, che il valore del proprio mercato azionario, tornare ai livelli dello scorso autunno) la Germania i suoi titoli li piazza a poco poco più dell'1%, mettendo al sicuro il proprio rating dopo la preoccupante asta dei Bund dello scorso novembre.
A chi sta convenendo la politica recessiva e depressiva che si sta conducendo in alcune aree dell’eurozona?

Non è certamente all’Italia che la politica del governo Monti conviene.
Il male italiano è il debito pubblico messo insieme negli anni ‘80 con la politica del tassa e spendi, che si legge “tassa tanto e spendi di più”, risultato: per quanti soldi tu possa mettere in cassa il bilancio sarà  sempre più in rosso: 2000 miliardi di euro è l’ultima stima del debito, 32,000 euro sulla testa di chiunque viva nel belpaese, neonati inclusi.
La risposta del nostro governo alla crisi del debito qual è stata? La parola sulla bocca di tutti è “riforme”, ma la linea tenuta fin qui, quando si è trattato di “cassa”, è stata all’insegna di una continuità quasi perfetta con la logica che ci ha portato a questi numeri da precipizio.
Il professor Monti ha detto all’alba del suo mandato di non voler vedere l’Italia sempre e solo come fanalino di coda dell’Europa, e su una cosa ci è riuscito, oggi abbiamo qualcosa che perfino gli scandinavi possono invidiarci: le tasse, sempre state alte da queste parti ma arrivate oggi a livelli da far impallidire perfino Svezia e Finlandia.
Per contro il ministro Giarda si rallegra del fatto che grazie alla tanto sbandierata “spending review” la spesa pubblica non aumenterà. Di tagliarla naturalmente non se ne parla nemmeno, quindi non aspettatevi tesoretti, spiacente, chiedete altrove.

Siamo passati dal “tassa tanto e spendi di più” al “tassa di più per spendere come prima”. Questa sarebbe la politica coraggiosa che avrebbe dovuto restituire futuro e orgoglio agli italiani?

Se l’Italia ha un problema di debito non è certo per una carenza di gettito, ma per le dimensioni abnormi di una spesa statale che è la vera anomalia di questo paese. Per mantenere intatta questa anomalia e continuare a tenere in piedi, senza farla dimagrire nemmeno di un grammo, una macchina dello stato elefantiaca che vive esclusivamente per mantenere se stessa e non per offrire servizi a chi la paga, questo governo sta letteralmente macellando interi settori della nostra economia privata, facendo cose che nessuno si era mai sognato di fare.
Chi ha capito, nei limiti della confusione che la circonda, come funzionerà e su cosa si applicherà l’IMU, rivista e corretta dagli illustri cattedratici che siedono intorno al tavolo di Palazzo Chigi, sa che in confronto le politiche  di Vincenzo Visco (“Dracula” per gli intimi) negli anni di Prodi erano degli esempi di reaganismo.

Tutto questo per cosa? A poco serve aumentare le aliquote, rivalutare le rendita catastali, inventarsi una tassa nuova al giorno (le ipotesi recenti sulla benzina e gli sms sono esempi di una fantasia che pare non conoscere limiti e che forse non ci ha ancora mostrato il “meglio” di sé)  se poi le aziende e le attività autonome piccole e grandi, che già non se la passavano bene, finiscono col restarne definitivamente strangolate e alzano bandiera bianca.

Alla Bocconi forse nessuno l’ha spiegato di recente, ma un imprenditore non va a chiedere i soldi in banca per pagare le tasse allo Stato. Preferisce chiudere o, in casi sempre meno estremi visto il loro continuo aumento, suicidarsi.
E le imprese chiuse (così come gli imprenditori morti) di tasse pagano euro 0.00, qualunque siano le aliquote stabilite nei palazzi romani.
Ci pensi il professor Monti nelle sue lunghe sere passate a fissare il pallottoliere.

E ci pensino anche tutti quelli che sostengono in parlamento questo governo, a cominciare da quello schieramento di centrodestra, finalmente (?) ricompattato sotto insegne che niente hanno a che vedere con le politiche liberali.

Ci pensino, altrimenti alle prossime elezioni certamente non voteremo per Grillo, ma, se lo mettano bene in testa, nemmeno per loro.


mercoledì 9 novembre 2011

L'Alba del Dì di Festa

Il verbo del Fatto Quotidiano l'aveva spiegato chiaro, un paio di giorni fa, a chi mangia pane e Travaglio: E' bastata la voce delle dimissioni dei Berlusconi perché il famigerato spread iniziasse a guardarsi intorno e capire che lassù, oltre quota 400, l'aria è troppo fina per respirare bene.
Insomma, messaggio chiaro che solo una mente ottenebrata dal berlusconismo televisivo poteva non cogliere: se Berlusconi si dimette davvero vedrete che parecchie cose si sistemeranno prima di subito, i mercati smetteranno di agitarci contro il loro ditino di biasimo e ci strizzeranno l'occhio, le cancellerie d'Europa e del mondo rimetteranno l'Italia sulla cartina. Perché il problema non è il paese, ma l'uomo che lo guida, tolto di mezzo lui saremo già a metà dell'opera.

Bene, adesso Berlusconi le dimissioni le ha annunciate davvero: il tempo di approvare la legge di stabilità e il Cav saluterà per sempre i palazzi romani e la loro politica.  
Il dì di festa finalmente è arrivato. Mercati aperti da poche ore: la borsa di Milano è in caduta libera e lo spread galoppa verso i 570 punti.
Ci spieghino questo le menti elette del Fatto Quotidiano.
Non è venuto in mente a qualcuno che aprire una crisi di governo completamente al buio era forse la cosa peggiore in assoluto da fare nel mezzo della tempesta finanziaria che attraversa il vecchio continente?

I mercati non sono né di destra né di sinistra, non gliene importa un fico secco se governa Berlusconi o Prodi. I mercati vogliono due cose semplici semplici: stabilità e garanzie. Ovvero le due cose che l'Italia, senza più un governo nella pienezza delle sue facoltà, ha appena salutato.

Berlusconi è ancora al suo posto ma ci resterà per poco. Poi toccherà a chi ci ha infilato in questo imbuto trovare una via d'uscita.
Cari Bersani e Di Pietro: per voi non ci sarà più un mostro su cui vomitare veleno mattina, pomeriggio e sera, serviranno idee. Non basterà più distruggere, servirà costruire.

Cari Casini, Fini e cari transfughi che avete lasciato la maggioranza facendovi tentare dalle sirene di un esecutivo di centrodestra allargato che non ci sarà mai: del vostro albero abbiamo appena iniziato a mangiare i frutti, quelli di oggi non saranno i più amari e non saranno nemmeno gli ultimi, è il vostro tempo adesso, vedremo cosa sarete capaci di farne mentre balliamo sull'orlo del baratro.

Ma in fondo che ci importa? Berlusconi non c'è più, era solo questo che contava, no?

venerdì 4 febbraio 2011

Ma che Berlusconi d'Egitto


Non trattiamo. Per noi qualsiasi negoziato presuppone le dimissioni”. L’opposizione è per la linea dura. Nessuna mediazione finché non se ne va il tiranno.
Ma di quale tiranno parliamo? C’è da scegliere, il virgolettato viene dall'Egitto, la firma è di El Baradei e dei "Fratelli Mussulmani", e il bersaglio è Mubarak, ma ad ascoltare certe uscite di Bersani, Franceschini e compagnia dimissionante, sembra che anche Roma stia alla periferia del Cairo.

Andiamo per ordine:
Ieri, dopo che il voto in “bicameralina” aveva portato ad una situazione di stallo sul federalismo municipale, le opposizioni si sono affrettate a motivare il loro parere contrario attribuendolo esclusivamente ad un dissenso sul merito, niente di preconcetto: con tutta la buona volontà questo federalismo di PdL e Lega fa acqua da tutte le parti, è un disastroin quel testo ci sono solo tasse, non federalismo” e d’altra parte “le idee della Lega sono spesso sbagliate” quindi come aspettarsi qualcosa di meglio?
In sintesi: Abbiamo votato “no” perché la trattativa era impossibile, il testo era da buttare.

Pietra tombale sul federalismo bipartisan? Dipende, perché bastano pochi minuti e il deputato PD Francesco Boccia lancia il primo amo: “La Lega sa che se vuole approvare il federalismo fiscale c'è un solo modo: discutere con le opposizioni”. Che in sostanza vuol dire: se ci aiutate a togliere di mezzo Berlusconi il federalismo ve lo approviamo noi. Possibile? Ma non era tutto da buttare?
Qualche minuto ancora e ci pensa Bersanichiarire il concetto “Se Berlusconi se ne va, ne possiamo parlare”.

Il “no sul merito”, tanto sbandierato appena dopo pranzo, ci ha messo meno di un pomeriggio a diventare un no ad personam, e non serve nemmeno aspettare l’ora di cena per avere dalla voce appassionata, e come di consueto un tantino sovraeccitata, del capogruppo PD alla Camera, Dario  Franceschini, la conferma che solo se Berlusconi si dimetterà, maggioranza e opposizione potranno “trovare le intese sui problemi del Paese anche a cominciare dal federalismo”. Copia carbone del  “finché c’è lui non trattiamo” dell’opposizione egiziana.

Sul calar della sera un dubbio si insinua: premesso che Berlusconi come sosia di Mubarak è meno credibile di Ruby come sua nipote,  non sarà che questi ci credono davvero?
Verrebbe voglia di rispondersi di no, ma basta mettere l’orologio indietro di mezza giornata, e riavvolgere il nastro del dibattito seguito all’informativa del Ministro Frattini sulla situazione in Egitto, per sentire Fabio Evangelisti, dell’IdV, dire chele popolazioni hanno sopportato le dittature e la corruzione, ma non sopportano più la fame. È lo stesso motivo per cui sarete travolti voi: potete imporre il regime mediatico, potete continuare in un mondo di corruzione, ma il 29 per cento dei cittadini, i giovani disoccupati italiani, vi presenteranno presto il conto”.

Ecco fatto, l’equazione è completa. Italia ed Egitto? Siamo lì: la fame degli egiziani che vivono con un PIL pro-capite di 15 dollari al giorno è la stessa che soffriamo qui da noi. E il regime egiziano, con un presidente in carica da 30 anni, eletto a ripetizione tramite consultazioni in cui sulla scheda c’era solo il suo partito, può specchiarsi in quello di casa nostra e pensare di aver trovato il suo gemello. Per l’opposizione Berlusconi e Mubarak pari sono.

Nella serata di ieri il Governo, avvalendosi di quanto previsto dalla legge delega (art.2 comma 4), ha varato un decreto per mandare avanti il federalismo municipale malgrado lo stop della bicameralina. E’ solo una tappa del percorso di completamento del federalismo fiscale e se si vuole arrivare a vederne il traguardo bisognerà mettersi l’anima in pace: un’opposizione che tenta di far passare Mubarak come il Berlusconi d’Egitto è un interlocutore dal quale, a parte i cori “dimissioni! dimissioni!”,  non c’è da aspettarsi granché.
E’ cosa buona e giusta perseguire le intese bipartisan, ma questo non vuol dire passare quel che resta di questa legislatura, poco o tanto che sia, attaccati alla cornetta ad aspettare un “si” dall’altro capo del cavo, o annacquare le leggi quel tanto che basta per garantirsi la non belligeranza delle opposizioni “borderline” o di certi amministratori locali.

Se la solidità politica non c’è allora è inutile accanirsi sul paziente, si torni alle urne. Se il Governo invece i numeri in parlamento li ha, e riesce a fare lo slalom tra le mine che la Procura di Milano mette sul suo cammino, vada avanti con le riforme, in compagnia se si può, altrimenti da solo.
E’ stato votato per questo, e il voto del popolo è l’unica legittimazione che serve.


Edit: Il Quirinale ha dichiarato irricevibile il decreto del Governo sul federalismo municipale. Ha perfettamente ragione, ma l'esultanza dell'opposizione è del tutto fuori luogo. Non c'entra nulla l'illegittimità del decreto, quando il fatto che l'iter che doveva portare ad esso non è stato ancora completato. Secondo l'articolo citato sopra infatti è previsto quanto segue "Il Governo, qualora, anche a seguito dell'espressione dei pareri parlamentari, non intenda conformarsi all'intesa raggiunta in Conferenza unificata, trasmette alle Camere e alla stessa Conferenza unificata una relazione nella quale sono indicate le specifiche motivazioni di difformità dall'intesa". La relazione non è ancora stata trasmessa, una volta fatto questo il decreto può essere emanato.

giovedì 3 febbraio 2011

Un Paese (quasi) normale


Ieri sembrava quasi di stare in un paese normale.
Arrivi a casa, accendi la TV e al telegiornale vedi il Premier che parla delle imminenti iniziative del governo in tema di sviluppo e crescita. Tra i titoli nessuna nuova sconcertante rivelazione sulle abitudini di letto e dintorni delle ragazze dell’Olgettina.
Cambi canale e c’è un leader dell’opposizione che viene intervistato per spiegare perché quelle proposte non vanno bene. Nessun avvistamento di biancheria intima delle frequentatrici delle feste di Arcore.
Come in un paese normale, appunto.

Oddio, se volessimo fare gli schizzinosi potremmo obiettare che nessuno dei due ci ha davvero spiegato cosa vuol fare, insomma, al di là delle intenzioni (che sono sempre le migliori), non si è capito granché, e si potrebbe anche osservare che è un po’ bizzarro che un leader dell’opposizione esordisca definendo il Premier un “mentitore” e concluda dandogli del “Lui” (“quando Lui se ne sarà andato”).
Queste cose proprio normali non sono, ma con quello che ci è toccato mandar giù per la gola negli ultimi 15 giorni anche una razione di “quasi normalità” ci pare ottima e abbondante, ne è rimasta ancora?

E allora illudiamoci, come in un paese quasi normale, di poter passare le prossime settimane ad insultarci parlando di defiscalizzazione e di liberalizzazioni.
Di poter assistere a talk show rissosi, con conduttori sfacciatamente di parte e un pubblico che applaude a senso unico, dove esponenti degli opposti schieramenti si scannano perché uno sostiene che è giusto che lo stato tassi di più per poter poi ridistribuire ricchezza, mentre l’altro ribatte che no, non è vero, è molto meglio lasciare i soldi nelle tasche della gente che sa meglio dello stato come e dove spenderli.
Illudiamoci, come in un paese quasi normale, che la diretta televisiva ci offra sedute parlamentari sospese per rissa perché gli animi degli “onorevoli” si sono scaldati un po’ troppo mentre discutevano di federalismo.

Illudiamoci che l’inciviltà e la faziosità del nostro dibattito politico possano trascendere la decenza come di consueto, ma su temi e argomenti di utilità pubblica e interesse comune. Anche se poi, a conti fatti, a parte le scenate, 8 volte su 10 non succede niente perché qualcuno fuori dal parlamento si mette di traverso e la legge non si fa, e se si fa si annacqua, peccato, è stato bello crederci.

Illudiamoci tutti, politici, commentatori, notisti, editorialisti, comuni cittadini, finché ci lasciano giocare, finché dura la ricreazione, finché non rientra la maestra, quella con i capelli rossi e la toga nera.
Oggi si parla di intercettazioni bambini, non vi distraete”. Ci scusi signora maestra, ci eravamo scordati di essere in Italia, torniamo subito a scannarci, insultarci, e venire alle mani su Ruby, la Macrì e le loro sorelle. E promettiamo che le uniche proposte e richieste a cui ci dedicheremo saranno quelle incrociate di dimissioni.

E’ un destino segnato quello dell’Italia? Abbiamo fondati sospetti. Ma siamo anche degli ottimisti e in fondo in fondo non abbiamo smesso di crederci. La settimana prossima c’è un altro Consiglio dei Ministri, vediamo che succede, se ci arriviamo vivi.
La speranza non è mai stata una strategia e qualcuno ha detto che è la più grande delle bugie. E’ vero, ma resta sempre la migliore.

domenica 23 gennaio 2011

Tutti Dentro


Tutti dentro”, potrebbe essere questa la sintesi del discoso del grande ritorno di Veltroni al Lingotto.
Da quello stesso palco, nel 2007, partì per Walter la lunga cavalcata che, 110 comizi e 20mila chilometri dopo, portò a Palazzo Chigi…Silvio Berlusconi.

Diciamocelo: dell’idea di partito lanciata tre anni e mezzo fa non è rimasto granché. Da Veltroni a Bersani, passando per “Dario dei SogniFranceschini l’evoluzione è andata da tutt’altra parte e l’ha fatto procedendo per ampi tratti nel più classico degli zig zag.
Dipietrista i giorni pari, vendoliano i giorni dispari, il PD oggi è il partito dell’equidistanza (o, come disse un tempo D’Alema, dell’equivicinanza), il partito che non sceglie, che è passato dal “Ma Anche” al “Poi Decido”.
Doveva essere il partito a vocazione maggioritaria che scommetteva su se stesso e vinceva correndo da solo, oggi è una forza politica che punta più sui consensi altrui che sui voti propri e non disdegna nemmeno l’idea di un’alleanza con Fini, che fino all’altroieri era un fascista la cui stessa presenza sulla scena politica metteva in imbarazzo l’Italia nel mondo.

Veltroni al Lingotto ci ha regalato sprazzi del suo repertorio classico più applaudito, invitando il PD ad affrancarsi “dall'illusione frontista, dalla coazione a ripetere la fatica di Sisifo di costruire schieramenti eterogenei, accomunati solo dall'essere ''contro'' l' avversario, ma incapaci di reggere la prova del governo”.
Ma il repertorio va onorato tutto, e così, nel corso dello stesso discorso, Walter si è anche prodotto in una delle più acrobatiche dimostrazioni del suo proverbiale “ma-anchismo” aggiungendoServe un nuovo governo con tutte le forze politiche. Penso che, in questa delicata fase della vita parlamentare, le forze di opposizione dovrebbero trovare più stabili forme di coordinamento e di consultazione”.
E, in caso di elezioniNon si ripeta mai più il tragico errore del '94 quando le divisioni nel campo democratico spianarono la strada all'avventura berlusconiana”.

In sintesi:
-Basta con le alleanze di governo eterogenee fatte solo contro Berlusconi.
Ma anche….
-Tutte le forze contrarie a Berlusconi devono unire le forze per formare un governo e presentarsi unite ad eventuali elezioni.

Non c’è che dire, due anni di assenza dalla scena che conta non gli hanno tolto nemmeno un grammo dell’antico smalto.
La risposta da accendere quindi è un bel governissimo, con Casini, Rutelli, ma anche con Fini e perché no? pure con Bossi perché "vogliamo il federalismo".
Insomma: Tutti dentro.
E Berlusconi? Bisogna essere giusti: dentro anche lui. Ma non serve che se ne parli al Lingotto, di questo si occupano a Milano, alla procura della Repubblica ci lavorano giorno e notte.

mercoledì 19 gennaio 2011

Dimissione Impossibile



Se fossi il presidente del Consiglio valuterei con molta serenità l'ipotesi di fare un passo indietro”. Parola di Pierferdinando Casini. Gli scossoni del caso Ruby fanno rimettere l’orologio della politica indietro di un mese e mezzo. Siamo tornati al “passo indietro”.
Naturalmente le motivazioni sono le più nobili immaginabili “far si' che la politica torni ad occuparsi dei problemi degli italiani e non solo di quelli di Berlusconi”.
E’ un ritornello che è stato sulla bocca di molti in questi 15 anni, anche di chi, come Casini in passato, si è detto convinto che contro il premier fosse in atto una lotta politica da parte di certi settori della magistratura.

In sintesi: anche se è vero che c’è accanimento politico da parte di certa magistratura, Berlusconi deve lasciare, se non vogliamo che a farne le spese sia il paese. Così torneremo a parlare di politica e di quello che serve all'Italia, e finirà questa guerriglia ad oltranza.

Non so quanti riescano a vedere la pericolosità che si nasconde dietro ad un ragionamento del genere. Ammettere che un premier eletto in libere elezioni debba farsi da parte non perché è stato ritenuto colpevole, e quindi condannato, in un regolare processo, ma semplicemente perché la magistratura non lo lascerà mai in pace e continuerà a fargli piovere addosso un’inchiesta al mese, vuol dire rassegnarsi ad uno scenario in cui la politica abdica al suo ruolo e si consegna mani e piedi alla tutela della magistratura.
Uno scenario in cui  lo stato di diritto diventa un concetto a geometria variabile, in cui la democrazia diventa un valore secondario, superabile, a cui si può rinunciare pur di garantire al paese la “pace giudiziaria”.

Un’idea tanto discutibile nel principio quanto  illusoria nella sostanza. Chi la propone dimentica che la guerra tra politica e magistratura in Italia non nasce con Berlusconi, anzi, la stagione berlusconiana ne è in qualche modo un prodotto, una conseguenza, o meglio, una reazione.
La prima epopea delle manette, promossa dalla procura di Milano a guida Gerardo D’Ambrosio (che oggi fa il politico), che decapitò un’intera classe dirigente e sembrò aver spianato la strada dei “Progressisti” verso Palazzo Chigi, risale all’inizio degli anni ’90, quando Berlusconi si occupava ancora dei palinsesti delle sue TV.
E non è nemmeno vero che la mannaia giudiziaria in questi 20 anni si sia mossa sempre e solo a senso unico. Il governo Prodi (che nessuno rimpiange) vide accelerata la sua agonia, iniziata il giorno stesso della sua nascita, da un’entrata a gamba tesa del PM De Magistris (anche lui passato a fare il politico, ma tu guarda le coincidenze…) armata da un’accusa all’allora guardasigilli Mastella che ad oggi risulta dispersa tra le nebbie.

Oggi i Bersani, i Franceschini, i Casiniintonano il refrain delle dimissioni per liberarsi dell’ingombro politico di Berlusconi, senza rendersi conto che, avallando la messa sotto tutela della politica, armano ulteriormente una macchina che domani potrà esigere altre teste, nessuno sa quali, forse anche le loro. E per farlo avrà bisogno solo di qualche intercettazione di terzi e un po’ di titoli di giornale, anche in assenza di prove di reato. Qualcuno pensa davvero che per il paese sia un affare?

La conoscete la storia del topolino con le corna? La raccontò un noto magistrato milanese per spiegare il perché delle tante attenzioni riservate della giustizia a Berlusconi e fa più o meno così:  Tra tanti topolini a caccia di formaggio ce n'è uno che, per farsi bello ed elevarsi al di sopra degli altri, si mette delle corna dorate. Quando arriva il gatto i topolini scappano a nascondersi, ma il topolino vanitoso, a causa delle corna, non riesce più ad entrare nella tana, e il gatto se lo mangia.

Che tradotto vuol dire: Tutti i topolini rubano qualche pezzetto di formaggio, se resti uno dei tanti ti puoi salvare, ma se pensi di poterti distinguere dal gruppo aspettati dei brutti quarti d’ora, te la sei cercata.

Chi si dice democratico e liberale, e non è reso miope dalle convenienze di bottega del momento, pur mettendosi le mani sui capelli per le leggerezze e le ingenuità del premier, non può accettare una logica del genere e non può nemmeno illudersi che il problema dell’ingerenza politica della magistratura, che non nasce con Berlusconi, possa morire con lui.
Ci sarà sempre qualcuno con le corna dorate e i primi ad averlo presente dovrebbero essere proprio i “topolini” che aspettano giorno e notte che quelle corna cadano a chi oggi le porta, per potersele mettere in testa. 

giovedì 13 gennaio 2011

Pane e Indignazione



Riepiloghiamo i fatti: ieri Berlusconi era a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Piccolo inciso: Di cosa hanno parlato?
Quanti inviati ci saranno stati ieri a Berlino? Nessuno o quasi che ci abbia detto mezza parola sul motivo dell’incontro e sui temi affrontati. Euro? Banche?  Scacchi? Dieta post vacanze? niente. Chiuso l’inciso, proseguiamo.

Berlusconi si presenta davanti ai giornalisti dopo l’incontro con la Merkel e gli viene chiesto un commento sulla vicenda di Mirafiori.
Risposta: “Riteniamo positiva la direzione che sta prendendo la vertenza, che è quella di una "maggiore flessibilità”.
E se al referendum vincesse il no?  “le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi”.
Non l’avesse mai detto, apriti cielo, Bersani, la Camusso, Vendola, tutti a litigarsi microfoni e megafoni per intonare il solito coro di risposte in ciclostile  all’insegna del “si vergogni!” condite da amenità varie, inviti all'esilio, ipotesi di denuncia per alto tradimento(!),  d’altra parte è pur vero che “gli paghiamo uno stipendio per fare gli interessi dell’Italia e non per far andare via la roba”.

Un momento un momento, riavvolgiamo il nastro e rivediamo l’azione rallentata perché a velocità normale deve esserci sfuggito qualcosa: Marchionne fa una proposta industriale che, caso strano parlando di FIAT, una volta tanto i soldi promette di metterli sul tavolo e non di chiederli allo stato con il piattino in mano, e subordina l’investimento all’accoglimento di questo suo progetto da parte dei lavoratori, diversamente i capitali voleranno verso altri lidi.

Vediamo come si sono mossi gli altri protagonisti dell’azione:
Tanto per cominciare qualcuno potrebbe osservare che il governo, nel giro di 48 ore, è stato accusato prima di essere latitante, e poi di essere eccessivamente coinvolto, il che pone qualche piccolo problema di credibilità dell'impianto accusatorio, ma in ogni caso non è chiaro chi tra questi signori stia facendo qualcosa per far rimanere gli investimenti a casa.
La Camusso, vista la proposta di accordo, non l’ha firmata. E appena uscita dalla stanza è salita sulle barricate alzate dal fronte del “no”. Non è ancora scesa.
Vendola, in una delle tante gite in giro per l’Italia che si concede, nel molto tempo libero lasciatogli dall’amministrazione della regione Puglia, è addirittura arrivato ai cancelli di Mirafiori per invitare gli operai della FIAT a rispedire al mittente la proposta di Marchionne.
Bersani…bhe Bersani è il segretario del PD quindi non può avere una posizione precisa su nessuna questione che non riguardi la fine politica di Berlusconi. “Né con la FIOM né con Marchionne” (suona familiare?) come ha sintetizzato D’Alema, da sempre promotore del concetto di equivicinanza, che sarebbe l’equidistanza che ha fatto l’abbonamento a “La Repubblica”.
Vediamo di metterci d’accordo su chi è che spinge la “roba” all’estero: chi fa una scelta chiara a favore di un progetto che porta nelle fabbriche italiane 1 miliardo di euro? O chi fa propaganda per il no? O magari chi si balocca tra il “ni” e il “so”?

Berlusconi, come spesso gli succede, ha detto un’ovvietà che chiunque abbia un barlume di senso pratico sapeva già, e cioè che se un imprenditore si vede rifiutare dai lavoratori il consenso al suo progetto (dopo aver già compiuto l’atto di coraggio di pensare di investire in Italia, aggiunge il sottoscritto) ha più di un motivo per guardare altrove. Ergo a Mirafiori faranno bene a votare “si” se vogliono la certezza di tenersi i soldi, e la produzione, visto che i capitali privati hanno il diritto di andare dove vogliono e quelli FIAT hanno già il biglietto in mano, pronti a salpare verso destinazioni già gettonatissime dagli euro di tante altre aziende che delocalizzano fuori dal vecchio continente, senza che glielo debba dire  Berlusconi.

Quando la finiremo di scandalizzarci per l’ovvio? Di saltare sulla sedia e strabuzzare gli occhi ogni volta che qualcuno fa un discorso di comune buon senso senza perdersi nei loop infiniti di chi non ha niente da dire ma ama da matti farsi ascoltare? Cari Camusso, Vendola e Bersani, agli operai FIAT serve lavoro, non indignazione a comando. “Pane e indignazione” a lungo andare lascia un gran vuoto nello stomaco.

martedì 28 dicembre 2010

La Linea P.D.


Pochi giorni fa è stato siglato l'accordo che porterà la FIAT ad investire un miliardo di euro sullo stabilimento di Mirafiori per la produzione di 280mila vetture l'anno. L'intesa prevede, tra l'altro, un aumento del reddito   dei lavoratori, anche grazie agli straordinari, fino a 3700 euro annui a fronte di impegni precisi su produttività, assenze e modalità di sciopero.
L'accordo è stato firmato da tutte le sigle sindacali tranne, naturalmente, la Fiom, cioè il "braccio metalmeccanico" della CGIL. La grande novità è che, fermo restando lo Statuto dei Lavoratori, saranno solo le parti firmatarie a vigilare sull'applicazione dell'accordo stesso.
Vi è mai capitato di firmare un contratto? cosa direste a qualcuno che pretende di mettere bocca sulle sue modalità di applicazione pur non essendosi presentato dal notaio?

La Fiom però non ci sta e per bocca di Cremaschi esorta allo sciopero generale definendo l'accordo di Mirafiori nientemeno che "il più grave atto antidemocratico verso il mondo del lavoro dal 1925".
E' noto che chi milita nella CGIL deve, per obbligo statutario, evocare lo spettro del ritorno al fascismo almeno cinque giorni a settimana, quindi non c'è granché da stupirsi, ma come ha reagito all'accordo  la sinistra italiana che con la CGIL divide spesso e volentieri le piazze?

Vendola  va giù duro, chiede una risposta radicale ad un "restringimento secco degli spazi di democrazia in questo Paese". Di Pietro parla di "incostituzionalità", che è ormai diventato il suo modo normale di riferirsi a quello che non gli piace, si vocifera che abbia definito incostituzionale anche un piatto di tortellini mancante di sale durante il pranzo di Natale, suscitando imbarazzo e costernazione tra il personale delle cucine.

E il P.D.? Qui le cose si complicano: c'è chi, come Piero Fassino e Sergio Chiamparino si schiera per il "si" all'accordo, ma c'è anche chi, come il responsabile economico Fassina, lo definisce "inaccettabile" e chi, come Sergio Cofferati, invita il partito a "non fare acrobazie per giustificare una brutta intesa".
A dare la linea, come al solito, ci pensa Bersani "L’iniziativa della Fiat è molto forte se porterà, come spero, a sollecitare una riforma, che ci vuole, dei meccanismi di partecipazione e rappresentanza del mondo del lavoro, sarà un bene; se invece porterà a una disarticolazione dei rapporti sociali, allora sarà un fatto molto negativo".
In soldoni: Se l'accordo andrà bene sarà un bene, se andrà male sarà un male. 

Chi temeva sbandamenti può dormire sonni tranquilli, la barra resta dritta, la segreteria afferma ancora una volta con decisione la linea P.D. che, per chi non l'avesse ancora capito, vuol dire "Poi Decido".

sabato 18 dicembre 2010

La Risposta



In politica la chiarezza è tutto: dove siamo, dove vogliamo andare e con chi.
Dopo la sconfitta sulla mozione di sfiducia, ieri Bersani ha fatto il punto e, dalle colonne di Repubblica, ha indicato la direzione:
“Tutti quelli che non vogliono cedere a questa deriva devono prendersi la responsabilità di essere non solo contro Berlusconi ma di andare oltre. Guardando in faccia quello che ci consegna il tramonto del berlusconismo, la crisi di sistema in cui ci ha precipitato. Costruendo da subito una risposta positiva. Per mettere in sicurezza la democrazia e dare una speranza di futuro ai giovani. Noi ci candidiamo a presentare una piattaforma per la riforma della Repubblica, per la crescita e il lavoro".

Alleanza con il Terzo Polo? Magari. Ma allora mollate Vendola e Di Pietro? No no.
E le primarie"Siamo pronti a mettere in discussione anche i nostri strumenti".

A sera si sente la necessità di precisare meglio la linea del partito e la capogruppo del PD al Senato, Anna Finocchiaro, scende autorevolmente in campo materializzandosi al Tg5 delle 20:00 per dire:

"Pensa Bersani ad una proposta che appunto vada oltre le singole formazioni politiche e riesca a riconnettere la politica e la progettualità per il futuro a quello che il paese nelle sue diverse componenti…… può prendere in considerazione e può valutare positivamente".

Chiaro conciso e ben esposto. Un perfetto distillato dello stile asciutto ed essenziale che portò alla stesura del programma del centrosinistra del 2006: 286 pagine per non dire niente.

Ma sbaglia chi sostiene che il PD non dà risposte chiare ed è senza strategia. Il PD la risposta ce l’ha e la sua strategia è talmente chiara e ben definita che può riassumersi in tre sole parole: “Forse, poi vediamo”.
Fanno bene a dire di non temere la campagna elettorale, lo slogan ce l'hanno già.

martedì 14 dicembre 2010

Quelli che Aspettano il Tramonto


Vada come vada è difficile pensare che questa legislatura possa avere uno sbocco diverso dalle elezioni anticipate in primavera.
I leader dell’opposizione ieri hanno avvertito Berlusconi “dove vai con uno o due voti di maggioranza?”. Verissimo, sempre ammesso che questi voti ci siano, e non è scontato.
Ma la domanda si può rovesciare: se la sfiducia passa dove vanno Bersani, Fini e Casini con uno o due voti di maggioranza in una camera sola? Poco lontano, specie considerando che si tratta di voti di forze politiche che riescono a sommarsi solo quando parlano di quello che non vogliono (cioè di Berlusconi a Palazzo Chigi. O, per alcuni di loro, in qualunque altro angolo del campo visuale).

Su un’altra cosa gli sfiducianti, da Rosy Bindi, a Veltroni, a Bersani, si fanno eco a vicenda: Con il voto di oggi tramonta il Berlusconismo.
Mi piacerebbe aver 1 euro per ogni volta che qualcuno ha sentenziato che Berlusconi era alla fine del suo ciclo politico. Il futuro non lo conosciamo, ma il passato si, e il passato ci dice che finora a tramontare sono stati i “tramontisti”.
Qualcuno potrebbe osservare che personaggi come la Bindi e Bersani già da anni sono crepuscolari anche la mattina presto, quindi, se tramontassero, la differenza sarebbe roba da “settimana enigmistica”, non la noterebbe nessuno. Ma chiunque sarebbe cupo e un po’ spossato al posto loro: una notte in bianco in attesa dell’alba lascia i suoi segni, figuriamoci 16 anni ad aspettare lo stesso tramonto. Una giornata molto lunga.

Chi sarà a tramontare stavolta? Vedremo.
Come al solito però i discorsi dei “democratici”  non fanno i conti con la democrazia: difficile parlare di tramonto di un leader quando, se ci fossero le elezioni la prossima primavera, sarebbe proprio lui l’unico a poterle vincere, mentre gli altri dovrebbero correre per un nulla di fatto al senato. Nessuno di questi signori ha ancora capito che per avviare davvero Berlusconi sul viale del tramonto bisogna batterlo alle elezioni, non basta un voto di sfiducia in parlamento. Questa è una “cura” che può essere sufficiente per togliersi di mezzo personaggi come Prodi, senza un partito né un popolo alle spalle, ma non certo a neutralizzare chi, appena pochi mesi fa, ha dimostrato di poter vincere le elezioni regionali da solo.

Che nemmeno i tramontisti credano nel tramonto del caimano lo dimostra il fatto che di elezioni anticipate non vogliono nemmeno sentir parlare, al punto che sarebbero disposti a varare un governo con “tutti dentro” pur di evitarle (un governo che farebbe impennare i consensi del PdL come nemmeno la miglior campagna elettorale degli ultimi 150 anni potrebbe fare).

Cosa fare allora? In fondo ha ragione chi dice che non è un voto in più che consente di governare, ma l’esito della conta in aula non è indifferente: chi esce sconfitto avrà maggiori difficoltà a gestire il “dopo”.
Un patto con FLI o UdC (che sarebbe l’unico modo per avere una maggioranza numericamente degna di questo nome) esporrebbe comunque  l’esecutivo ai quotidiani ricatti di Fini o di Casini che, non dimentichiamolo, oggi come oggi non mirano né alle riforme né alla cosiddetta “nuova agenda economica”, ma unicamente a mettere in naftalina l’uomo che da 15 anni li relega al ruolo di violini di spalla (anche se non è da sottovalutare la voglia matta dei due di fregarsi a vicenda, e questo potrebbe aprire degli scenari inattesi).

Quindi meglio evitare di riporre troppa fiducia in accordi che nasconderebbero quasi certamente delle trappole. Visti i numeri stretti in parlamento, e l’inaffidabilità degli eventuali compagni di viaggio,  di alternative vere alle elezioni se ne vedono poche. Non è detto che sia un male. In fondo è quella l’unica conta che…..conta.
Anche per dare ai nuovi tramontisti la possibilità di tramontare, che è poi da sempre quello che sanno fare meglio.