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martedì 5 febbraio 2013

L’IMUnodeficienza




Se c’è una cosa che abbiamo imparato in un anno di governo tecnico è che non si vive senza l’Imu: l’Imposta che ci ha salvato dalla deriva greca (copyright P.F. Casini), qualunque cosa voglia dire.
Apriti cielo dunque quando qualcuno prima ha proposto di abolire l’Imu sulla prima casa e poi, orrore, addirittura di restituire il maltolto incassato nel 2012.
Proposta ridicola, demagogica, populista l’hanno subito bollata gli esponenti del “nuovo-arco-costituzionale-wannabe”, i Casini e i Bersani, quelli che di tasse sono sempre vissuti e quindi comprensibilmente sull’argomento sono un tantino sensibili. Ci vuole tatto.
Monti? Il Tecnico in Capo, il volto nuovo del popolarismo europeo, ha voluto distinguersi arrivando ad ipotizzare, da autentico moderato, che si tratti di voto di scambioCorruzione.
Come se un cittadino che va a votare pensando alla salute delle sue tasche dovesse sentirsi in colpa per essere stato corrotto da qualcuno.
Il benessere di un paese dipende anche e soprattutto da quanto sono piene le tasche di chi ci abita. Vallo a spiegare a chi vive di solo spread.
Ma soprattutto l’idea di abolire l’Imu sulla prima casa (con effetto retroattivo al 2012) è stata  giudicata irrealizzabile. Perché appunto non si vive senza l’Imu.

Oddio, la capacità dell’autore della “proposta shock” di passare dalle parole ai fatti è come minimo da discutere, e resta sempre il piccolo problema di coerenza di un partito che prima vota l’introduzione di questa IMU in parlamento e un anno dopo fa la campagna elettorale sulla sua abolizione.
Sulla genuinità della proposta e suoi “buoni propositi” di chi l’ha avanzata ognuno è quindi libero di farsi la sua opinione, ma dire che abolire l’Imu sulla prima casa vuol dire scardinare irreparabilmente i conti dello Stato è una balla di quelle certificate.

Per la verità questo film l’abbiamo già visto: nel 2006 fu sempre l’Uomo Nero di Arcore a proporre l’abolizione dell’Ici sulla prima casa nell’unico sussulto di un soporifero confronto televisivo pre-elettorale con Prodi.
Stesso copione, risatine di sufficienza abbinate alla solita “indignazione telefonata”, che per molti è diventata ormai uno stile di vita. In pochi giorni il vantaggio elettorale del centrosinistra, dato per inattaccabile, si ridusse a cifre da prefisso telefonico internazionale (con il doppio zero davanti) e l'armata prodiana si ritrovò in mano una vittoria azzoppata che valeva poco più di un pareggio.
L’idea si rivelò talmente irrealizzabile ed eversiva che fu poi lo stesso governo Prodi a metterla in pratica per primo, poco più di un anno dopo, esentando dall’Ici sulla prima casa circa la metà del contribuenti italiani.

Venne poi il 2008 con la promessa berlusconiana di completare l’opera e di estendere l’esenzione a tutti i proprietari di prime case (tranne quelle di lusso). L’Italia votò, l’Uomo Nero vinse e il famigerato primo Consiglio dei Ministri a Napoli, sventurati noi, mantenne.
E lì iniziarono i guai. Eh si perché ormai ce l’hanno spiegato talmente bene che l’abbiamo capito “Se oggi c'è l'Imu bisogna accettare l'amara verità che si è abolita l'Ici senza calcolare le conseguenze, non poteva e non doveva essere abolita nella situazione economica in cui si trovava il paese". Insomma se oggi l’italiano medio deve fare i conti con le batoste dell’Imu la colpa è di ha abolito l’Ici sparando prima di mirare.

Però poi uno si fa due conti e scopre che l’intera ICI sulla prima casa valeva circa 2.5 miliardi di Euro, (3 miliardi secondo le stime più generose) il primo intervento del governo Prodi ne tagliò circa 1, quindi, riferendoci alla detassazione spericolata dell’ultimo governo di centrodestra, stiamo parlando di non più di 2 miliardi di euro.

2 miliardi di Euro erano e restano un gran bel gruzzolo, ma si tratta di 1/800 del nostro Pil  (lo 0.125%), di 1/400 della nostra spesa pubblica (lo 0.25%) e di 1/1000 del nostro debito pubblico (lo 0.1%). Non esattamente il genere di percentuali che fa la differenza tra il virtuosismo di bilancio e la bancarotta.

Per tappare questo buco da 2 miliardi il governo dei tecnici ha dato alla luce una tassa che nelle previsioni doveva incassarne circa 20, quando l’intera Ici (non solo quella sulla prima casa) ne portava nelle casse dello Stato meno di 10.
Per la serie “ci rifacciamo con gli interessi”: ogni anno avremmo recuperato cinque volte quello che l’Uomo Nero aveva irresponsabilmente lasciato per strada in ciascuno degli esercizi economici dal 2008 al 2011.
E non è finita qui, perché alla prova dei fatti il gettito IMU è stato di circa 24 miliardi, ovvero ben 4 miliardi in più rispetto a quelli che questo stesso governo aveva previsto (quindi le volte diventano sette).
Quanto vale tutta l’Imu sulla prima casa? Coincidenza: 4 miliardi giusti giusti.
Abolirla (o restituirla) vuol dire riportare il gettito complessivo dell’Imu più o meno a quanto stimato e messo in conto dallo stesso Governo del Professor Monti.

L’unico motivo per cui questa proposta potrebbe essere giudicata irrealizzabile è che abbiamo a che fare con uno Stato con le mani talmente bucate da non essere in grado di privarsi nemmeno di quello che non aveva previsto di incassare, per il semplice motivo che qualunque somma è già spesa prima ancora di essere incassata, secondo il ben noto principio per cui tutta l’acqua del mondo non riempirà mai un bicchiere a cui è stato tolto il fondo.
Tutto questo con buona pace di campagne di buonismo fiscale all’insegna del “pagare tutti per pagare meno”, uno slogan tanto sensato da sembrare vero, almeno fino a quando non ci si ricorda che lo Stato recupera regolarmente dalla lotta all’evasione una decina di miliardi di euro l’anno (12 miliardi nel 2012). Qualcuno ha mai visto un centesimo di quelle somme essere utilizzato per ridurre di un centesimo le tasse?

Così stanno le cose in Italia fuori dal recinto della balle di comodo, delle frasi fatte e dei Meme. Così era ieri e così sarà verosimilmente domani. Ma questo non significa che debba piacerci.

lunedì 10 dicembre 2012

L'Uomo Nero


E’ tornato l’Uomo Nero, si salvi chi può. L’Italia è pronta a tornare sul baratro.
Ce ne siamo accorti ieri, leggendo il Corriere della Sera, quando a scendere in campo con l’elmetto montista è stato il direttore in persona. In momenti del genere un uomo deve fare quel che deve fare. “Questa è la cronaca di ore drammatiche che mai avremmo voluto raccontare. Un governo muore così” sospirava ieri De Bortoli. Il tono è quello classico del sogno spezzato.
Perché quello che si avvia a conclusione oltre ad essere stato il governo dei piani alti dei Palazzi era anche quello degli editorialisti, di quell’Italia dei “migliori” (naturalmente autoproclamati) che dopo lustri di frustrante impotenza, di endorsement inascoltati, di nottate elettorali passate a scuotere la testa nel constatare che ancora una volta il popolo aveva votato le persone, anzi scusate, la persona sbagliata, un anno fa decise di prendere in mano la situazione: diamo finalmente al paese un governo illuminato, di gente che sa di latino (come dicevano i bravi manzoniani) e ha passato la vita nei luoghi più vicini al mondo reale conosciuti ad un direttore di giornale: le aule universitarie (dove la realtà entra solo quando qualcuno apre la finestra, come sa chiunque le abbia frequentate fino all’agognata laurea).

I risultati li abbiamo visti, questo blog lo ha scritto e riscritto e non c’è bisogno di ripetere ancora il lungo elenco dei numeri che fotografano lo scenario post bellico di un paese che in un anno ha visto la sua economia reale fatta a pezzi
Ma tutto questo, dal tracollo del PIL all’esplosione della disoccupazione, è scomparso dal dibattito nazionale per dare spazio alla narrativa dell’Italia salvata dal baratro.
Peccato che la storia di Monti sia quella di un medico che, per salvare un paziente di salute cagionevole dalle angosce di una vita poco allegra, invece di curarlo l'ha spedito in coma.

Monti si sta per dimettere. Alleluia. Ma resterà in sella fino all’approvazione della legge di stabilità, che avverrà in tempi rapidi e non è in discussione. Chi descrive scenari di catastrofi imminenti con all’orizzonte lo spettro dell’esercizio provvisorio dipinge quindi quadri surrealisti e, con la scusa di metterci in guardia da imprevedibili reazioni dei mercati, cerca di alimentarle per poterle poi cavalcare in una campagna elettorale che, Monti o non Monti, era già in corso.
Eh si perché i mercati “ci faranno pagare un prezzo assai alto” tuonava ieri il Corriere, naturalmente per colpa di chi ha aperto questa crisi. Insomma onta su chi ci espone a nuove ondate speculative, avendo  accorciato di 15-20 giorni (nemmeno votando contro, ma astenendosi) la vita ad un governo che nella migliore delle ipotesi poteva sopravvivere altri tre mesi.
Eppure, se la memoria non mi inganna, nessuno dette dell’irresponsabile a chi, tredici mesi fa, fece cadere in quattro e quattr’otto un esecutivo non certo da applausi, ma eletto dal popolo  (non dal circolo ristretto Quirinale-comitati di redazione), aprendo una crisi al buio con ancora un anno e mezzo di legislatura davanti. Nessuno dette dell’irresponsabile a chi, con quella mossa, fece schizzare in su lo spread di quasi 100 punti in poche ore (fino a sfiorare quota 600), e nemmeno ai tanti analisti anonimi che avevano assicurato urbi et orbi che sarebbe successo l’esatto contrario.

Dopo averlo usato come pretesto per far cadere il governo dell’Uomo Nero, lo spread ce lo siamo tenuto tra quota 400 e 500 quasi ininterrottamente per nove mesi (tranne una parentesi tra febbraio e aprile), con un picco a 530 datato 24 Luglio, senza che nessuno di quelli che oggi si strappano i capelli per cose non ancora successe, sentisse il bisogno di dirci che avevamo un problema.
Adesso sarà diverso, anche un’oscillazione di 10 punti sarà un presagio di sciagura, e le agenzie di rating che nel 2012, tra un downgrade e l’altro del nostro sistema economico, erano state bollate dal montiano e moderato Casini come “criminali”, torneranno ad essere definite la voce del mondo che ci guarda. Sempre che buttino la croce sul bersaglio giusto s’intende.
I comitati di redazione sono già al lavoro per mettere a punto la nuova narrativa, e dove i fatti non ci sono si inventeranno, come successo ieri per la frase di Monti “In Politica? Ora sono più libero”, mai pronunciata (come chiaro dalla lettura dell’articolo), ma diventata titolo, per giunta virgolettato, un po’ ovunque, nella migliore tradizione da “realtà aumentata” del giornalismo nostrano.

Il Pdl queste elezioni non le perderà per aver tolto la fiducia a Monti, le perderà, tra le altre cose, per avergliela votata ininterrottamente per un anno intero mentre il suo governo massacrava a colpi di tasse le piccole imprese, i commercianti, i professionisti, e tutta quella classe media che non vive attaccata alla mammella dello stato e costituiva il cuore dell’elettorato di centrodestra. Una colpa che non si lava con un’improvvisa presa di coscienza arrivata troppo tardi per cambiare qualcosa nelle tasche della gente comune.

Stiano quindi tranquilli quelli che oggi condividono con il mondo le loro grida di terrore per il ritorno dell’Uomo Nero, si preoccupino piuttosto di un paese che sta affondando. Un paese in cui, tra le altre cose, si condannano gli scienziati per non aver previsto un terremoto e si arrestano i giornalisti per reati d’opinione.
L’Uomo Nero a Palazzo Chigi non può entrarci se la gente non lo vota. Ad esserci andati per chiamata diretta sono stati altri, e stanno tutti dall’altra parte.

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venerdì 7 dicembre 2012

Tutti giù dal Monti



Di fatto il Pdl non fa più parte della maggioranza che sostiene il governo Monti. L’astensione non è un voto contrario ma marca una discontinuità, come direbbero i Follini di ieri e di oggi (i vari Bocchino, Briguglio e Granata, se qualcuno se li ricorda ancora).
Si potrebbe dire “finalmente”, ma in realtà c’è poco da festeggiare, questo governo di calamità nazionale (nel senso che è stato una calamità, non che è nato per reagire ad una calamità) non avrebbe mai dovuto esistere,  il solo averlo fatto nascere ha voluto dire, per il centrodestra, rinnegare l’unico vero valore  portato alla politica italiana negli ultimi 20 anni, e cioè che i governi escono dalle urne e non dai piani alti dei palazzi.
Un anno fa erano in tanti a dire che, vista la situazione di emergenza, la democrazia era un lusso che non potevamo più permetterci, dopotutto la democrazia nessuno è mai riuscito a metterla in mezzo al pane, no?
E’ vero, la democrazia non si mangia, ma la storia insegna che nei paesi in cui la democrazia è stata trattata come l’abbiamo trattata noi alla lunga anche pane e companatico ne hanno risentito. E l’Italia non ha fatto eccezione: un anno di governo di tecnici eletti da nessuno ci consegna un paese precipitato in recessione,  un’economia sepolta sotto una valanga di tasse e un pareggio di bilancio che, malgrado i ripetuti salassi, non è neanche in vista.

Ci sarebbero state mille occasioni per “rompere”, o almeno per prendere le distanze, in questi tredici mesi di guerra dichiarata all’economia privata, dal commercio alla piccola impresa, con la ciliegina finale del salatissimo saldo IMU servito come antipasto del pranzo di Natale, che darà il colpo di grazia anche alle speranze di una boccata d’ossigeno festiva dei consumi. Ennesimo, ma forse non ultimo, colpo di genio del governo bocconiano che una ne fa e cento ne sbaglia.
Mille occasioni. Ma per assistere al cambio di linea del Pdl abbiamo dovuto aspettare che tale Corrado Passera da Como pronunciasse frasi poco amichevoli nei confronti di Berlusconi.
Si doveva farlo prima. Si doveva farlo per un motivo migliore. Non certo per rispondere al chiacchiericcio mattutino di un futuro signor nessuno, che passerà alla storia solo per essere stato il ministro dello sviluppo economico dell’unico governo della storia repubblicana a non aver conosciuto nemmeno un trimestre isolato di crescita nel corso del suo mandato.

Si è temporeggiato per rincorrere il “signor Casini” (Pierfurbi per gli intimi) e la chimera della ricomposizione dei moderati. Eppure bisognava aver capito da un pezzo che Casini non è in cerca di scelte di campo. A Casini interessa un sistema in cui il centro possa di volta in volta allearsi a urne chiuse con chi vince senza mai uscire dalla stanza dei bottoni. Per farla breve: a Casini interessa Casini, e qualunque sia la dote di voti a sua disposizione è meglio lasciare che sia un problema di qualcun altro.
Proprio Pierfurbi ieri, in piena trance montiana, ha citato a memoria un vecchio adagio del "professore in capo" giusto giusto di un anno fa: Prima di Monti l’Italia rischiava di non poter più pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici.
Pericolo scongiurato. Peccato che per lasciare tutto com’era in una pubblica amministrazione che con tutta evidenza non serve a dare servizi agli amministrati, ma stipendi agli amministratori, oggi contempliamo uno scenario post bellico in cui ci sono quasi 600.000 disoccupati in più rispetto ad un anno fa.

Ma non sono questi i numeri che fanno notizia. Ieri all’improvviso si è tornati a parlare dello spread, salito da 311 a 327 in 24 ore. “Segno che senza Monti sull’Italia tornerà la bufera” hanno sentenziato i soliti analisti senza nome, quelli che un anno fa ci avevano assicurato un calo secco di 100-200 punti del temuto indice non appena Monti avesse varcato la soglia di Palazzo Chigi, gli stessi che hanno poi assistito in sonnacchioso silenzio alla sua permanenza sopra quota 500 fino ad estate inoltrata e che oggi profetizzano catastrofi per un’oscillazione di una quindicina di punti.

Si vada alle elezioni. Lo si faccia il prima possibile, siamo già in ritardo di un anno.
Il centrodestra queste elezioni le perderà perché fino a ieri non ha fatto niente per vincerle. Il successore di Monti facilmente riuscirà a fare anche peggio di lui. Ma è meglio un cattivo premier votato dal popolo che uno  scadente, o appena passabile, scelto per concorso.
Prima di parlare di vincere le elezioni c’è da ritrovare la propria identità. E c’è da dire qualcosa di liberale, già che ci siamo.

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martedì 18 settembre 2012

Debolezza di Costituzione





Il ritorno in campo, o forse sarebbe meglio dire il ritorno in acqua, di Berlusconi era talmente annunciato che non ha sorpreso nessuno. Così come le reazioni del giorno dopo.
Berlusconi è stato l’elemento polarizzante della politica italiana degli ultimi 18 anni. I ruoli del pro e dell’anti-Cav ormai si recitano a memoria. Con Berlusconi di nuovo in campo tanti attori rimasti per mesi senza battute, da una parte e dall’altra, sapranno finalmente cosa dire.

Berlusconi ancora leader del centrodestra italiano non è una bella notizia, non per l’uomo in sé, ma perché certifica l’incapacità di quest’area politica di proporre una guida diversa senza rischiare di scomparire.
E’ improbabile che Berlusconi torni per fare di nuovo il Premier, difficilmente potrà avere i numeri  per vincere le prossime elezioni e garantirsi una maggioranza autonoma alla Camera e al Senato. L’idea è probabilmente quella di rimotivare la base per evitare di ripetere il disastro delle ultime amministrative, e avere il maggior peso possibile nel prossimo parlamento in cui la maggioranza al Senato potrebbe non averla nessuno.

Comunque si giudichi il personaggio almeno una delle cose uscite fuori da quella nave da crociera va presa molto sul serio: l’Italia ha davvero bisogno di cambiare la sua Costituzione. Berlusconi l’aveva già detto e non è stato il primo a farlo, ci hanno già provato in tanti, hanno fallito tutti.
Dagli anni ’90 in poi ci siamo auto convinti di essere entrati nella Seconda Repubblica, suonava così bene da sembrare vero. Il bipolarismo ci ha illusi di poterci addirittura scegliere il Premier, ma nella realtà i nostri meccanismi istituzionali sono ancora gli stessi del dopoguerra.
Gli ultimi dodici mesi, che hanno visto andare al governo del paese dei tecnici votati da nessuno, per chiamata diretta da parte di un Presidente della Repubblica designato da un parlamento di nominati, ci hanno riportati alla realtà: L’Italia è democratica per sentito dire, scimmiotta le democrazie evolute finché la barca va, ma al momento opportuno è pronta a mettere tutto in soffitta e a farlo con il più ampio consenso parlamentare della storia Repubblicana.

Il fatto che a più di sei mesi dalle prossime elezioni qualcuno pensi di poter già designare il prossimo capo del governo dimostra quanto poco il popolo sia sovrano nei fatti, e quanto le elezioni siano ancora, per alcuni, uno scomodo passaggio obbligato da archiviare il giorno dopo.
Perché vincolarsi per cinque anni alla monotonia di una scelta di legislatura e tarpare le ali alle fantasiose dinamiche del nostro parlamentarismo? Nei palazzi romani la creatività italica esprime il meglio di sé a suon di ribaltoni, maggioranze variabili, cambi di casacca in corsa, rimpasti, crisi al buio, alla penombra, al lume di candela.
Vogliamo davvero privarci di tutto ciò per un concetto così volatile e astratto come il rispetto della volontà popolare? La volontà popolare qualcuno l’ha mai vista per strada?
Gli impegni a lunga scadenza non fanno per noi. Mani libere e vediamo che succede, questo è il costume nazionale. D’altronde se siamo un paese che inizia le guerre da una parte e le finisce dall’altra un motivo ci sarà.

Questo è il primo ostacolo al cambiamento in Italia, al cambiamento vero, non a quello buono per gli slogan d’occasione. Diciamolo chiaro: chiunque vinca le elezioni in questo paese può sperare al massImo di spostare gli zero-virgola da una colonna all’altra.
La facoltà di decidere in Italia è talmente frazionata in decine di piccoli e grandi centri di potere da aver praticamente smesso di esistere: sindacati, confindustria, magistratura, associazioni, corporazioni, banche, un’infinità di livelli istituzionali, tutti con qualcosa da difendere e con qualcosa da dire. Tutti consapevoli che il Premier di turno è un impiegato a tempo con il contratto da rinnovare in parlamento ogni tre mesi, il primo esempio di lavoro precario che abbiamo inventato in Italia. Ha il potere di proporre educatamente quello che la sua (sempre variegata) maggioranza gli consente, ma se alza la voce basta una bella mozione di sfiducia e l’incomodo è tolto.
Un Premier in Italia può sperare di portare avanti un progetto solo se trova su di esso il consenso pressoché unanime di persone che di norma non vanno mai d’accordo tra loro. Il che significa un perenne compromesso al ribasso in cui si decide di non decidere, ma lo si fa tutti d’accordo, così funziona la concertazione.

In poco più di sessant’anni l’Italia ha avuto 61 governi, nessuno è mai arrivato alla scadenza naturale della legislatura e 34 sono durati meno di un anno. Il primo problema di un Premier in Italia non è quello di governare, è quello di sopravvivere.

Negli USA si vota per la Camera e il Senato il primo martedi di novembre degli anni pari e il Presidente giura puntualmente a Capitol Hill il 20 gennaio ogni quattro anni, ci potete rimettere gli orologi.
Una democrazia vera è quella in cui chi vince le elezioni governa con la forza di chi il mandato l’ha  ricevuto dal popolo, non dai partiti e partitini della sua maggioranza che possono tenerlo sotto ricatto, e non ha bisogno di ulteriori legittimazioni fino alle elezioni successive.
E al termine naturale del suo mandato si ripresenta davanti agli elettori che decideranno se ha fatto bene o ha fatto male.

L’Italia non somiglia nemmeno da lontano a questa descrizione, e non basta cambiare le maggioranze e nemmeno gli uomini per sperare di poter risolvere i problemi che ci portiamo dietro da decenni, perché è la nostra stessa architettura istituzionale ad impedirlo a chiunque ci provi sul serio, e a dare un valido alibi a chi voglia solo fingere di farlo. E’ una debolezza di sistema. Una debolezza di Costituzione.


Domani si torna a parlare di America (e se volete un esempio di cattivo giornalismo in materia cliccate qui)

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mercoledì 9 novembre 2011

L'Alba del Dì di Festa

Il verbo del Fatto Quotidiano l'aveva spiegato chiaro, un paio di giorni fa, a chi mangia pane e Travaglio: E' bastata la voce delle dimissioni dei Berlusconi perché il famigerato spread iniziasse a guardarsi intorno e capire che lassù, oltre quota 400, l'aria è troppo fina per respirare bene.
Insomma, messaggio chiaro che solo una mente ottenebrata dal berlusconismo televisivo poteva non cogliere: se Berlusconi si dimette davvero vedrete che parecchie cose si sistemeranno prima di subito, i mercati smetteranno di agitarci contro il loro ditino di biasimo e ci strizzeranno l'occhio, le cancellerie d'Europa e del mondo rimetteranno l'Italia sulla cartina. Perché il problema non è il paese, ma l'uomo che lo guida, tolto di mezzo lui saremo già a metà dell'opera.

Bene, adesso Berlusconi le dimissioni le ha annunciate davvero: il tempo di approvare la legge di stabilità e il Cav saluterà per sempre i palazzi romani e la loro politica.  
Il dì di festa finalmente è arrivato. Mercati aperti da poche ore: la borsa di Milano è in caduta libera e lo spread galoppa verso i 570 punti.
Ci spieghino questo le menti elette del Fatto Quotidiano.
Non è venuto in mente a qualcuno che aprire una crisi di governo completamente al buio era forse la cosa peggiore in assoluto da fare nel mezzo della tempesta finanziaria che attraversa il vecchio continente?

I mercati non sono né di destra né di sinistra, non gliene importa un fico secco se governa Berlusconi o Prodi. I mercati vogliono due cose semplici semplici: stabilità e garanzie. Ovvero le due cose che l'Italia, senza più un governo nella pienezza delle sue facoltà, ha appena salutato.

Berlusconi è ancora al suo posto ma ci resterà per poco. Poi toccherà a chi ci ha infilato in questo imbuto trovare una via d'uscita.
Cari Bersani e Di Pietro: per voi non ci sarà più un mostro su cui vomitare veleno mattina, pomeriggio e sera, serviranno idee. Non basterà più distruggere, servirà costruire.

Cari Casini, Fini e cari transfughi che avete lasciato la maggioranza facendovi tentare dalle sirene di un esecutivo di centrodestra allargato che non ci sarà mai: del vostro albero abbiamo appena iniziato a mangiare i frutti, quelli di oggi non saranno i più amari e non saranno nemmeno gli ultimi, è il vostro tempo adesso, vedremo cosa sarete capaci di farne mentre balliamo sull'orlo del baratro.

Ma in fondo che ci importa? Berlusconi non c'è più, era solo questo che contava, no?

martedì 8 novembre 2011

La Buona Nuova

Ci sono buone probabilità che il voto di oggi alla Camera abbia segnato la fine del tempo di Berlusconi a Palazzo Chigi.
Già tra pochi giorni sarà chiaro a tutti che i problemi che ci portiamo sulle spalle restano tali e quali a quelli di ieri, il debito pubblico lo abbiamo messo insieme in 30 anni, non ce lo abbonano solo perché siamo stati così bravi da far fuori l'uomo nero.
La buona notizia è che, se questa è la fine di Berlusconi premier e politico attivo, qualche antiberlusconiano di professione dovrà cercarsi un vero lavoro, e magari non ce lo ritroveremo più tra i piedi in tv.

mercoledì 9 marzo 2011

FloPD


Le persone si dividono in due categorie diceva un tale: quelle che dividono gli altri in categorie e quelle che non lo fanno. Senza voler per forza rientrare nella prima categoria non si può negare che a questo mondo ci sono persone che si portano dietro l’aura del vincente anche quando dormono e altre che il flop ce l’hanno stampato nel DNA.
Se parliamo della politica italiana il signore di tutte le sconfitte è certamente il Partito Democratico, e ne abbiamo avuta un’altra plastica dimostrazione ieri, nel giorno della festa della donna che per l’occasione si è rifatto il trucco è si è presentato in piazza con le fattezze dell’ennesima, mille volte già vista, sempre uguale a se stessa, giornata dell’odio “civile” contro Berlusconi.

Si annunciava roba grossa se la portavoce naturale delle piazziste anti-cav, la direttrice dell’Unità Concita De Gregorio, alla vigilia si sbilanciava citando una lettera ricevuta, alla vigilia della manifestazione del 13 febbraio, della vedova di un premio Nobel nella quale la signora diceva di sentire nel “Vento Nuovo” delle donne italiane il sapore delle  “parole e ai gesti compiuti insieme al marito, negli ultimi suoi anni, a proposito della forza delle piazze contro i regimi di ogni densità e tipo”.
Capito? Le donne anti cav saranno tante, unite, pronte a fare la storia, e ci salveranno tutti. Salveranno anche noi che, sprovveduti come siamo, non abbiamo nemmeno capito di dover essere salvati da qualcosa.

Il gran giorno era ieri: mimose e slogan alla conquista delle piazze d’Italia. Solo che le piazze sono rimaste vuote: meno di 50 persone a Milano (non si sa quante di loro donne)  più o meno simili anche a Napoli.
A Roma, la protesta è arrivata fin sotto Palazzo Grazioli, gli slogan di indubbio valore sociale  spaziavano dal “Poliziotto ma che ci stai a fare, a casa ci sono i piatti da lavare e i panni da stirare” (che fa tanto compagna Gisella di guareschiana memoria) al sempre verde “Non c'è un cazzo da ridere” (testuale) passando per un “Riprendiamoci le nostre vite” messo in mezzo così, tanto per darsi un tono.

Ma per fortuna il grado di riempimento delle piazze non è tutto, anzi, ieri c’erano ben altri numeri di cui parlare e ce lo ha ricordato Rosy Bindi presentandosi orgogliosa e fiera con al seguito le famose 10 milioni di firme che chiedono le dimissioni del premier. Firme democratiche, che non fanno discriminazioni tra quelle di esseri umani reali e viventi e quelle di personaggi storici deceduti nei secoli passati, o di altri mai esistiti se non nella fantasia di scrittori e fumettisti, e con la ciliegina sulla torta della firma convinta dello stesso Silvio Berlusconi.

Una farsa di quelle vere, conclamate, che classe dirigente di partito appena un po’ più accorta avrebbe evitato di cavalcare, nascondendola magari sotto il tappeto, tanto per risparmiarsi la brutta figura.
Lo stato maggiore del PD, con la Bindi in testa, invece era lì, a farsi fotografare con gli scatoloni di una raccolta firme che non vale nemmeno la carta su cui è stampata, a mettere la faccia sull’ennesimo fallimento pubblico.

Perdenti di successo si diceva una volta. No no, perdenti e basta.

mercoledì 2 marzo 2011

I Piazzisti


Il PD torna in piazza. Ormai più che con un partito sembra di avere a che fare con un’associazione di ambulanti dedita all'accattonaggio del voto. L’occasione è l’ennesima difesa a spada tratta della scuola pubblica contro l’attacco delle orde berlusconiane.
Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori” ecco le parole del Premier che hanno scatenato la tempesta.
E lo scandalo segue le cadenze di sempre: a dare il ritmo è come al solito la stampa debenedettiana, con appelli che partono già stracarichi di firme di artisti, intellettuali e neo eroi nazionalpopolari del televoto, toccanti storie di vita vissuta dietro la cattedra e fiumi di indignazione sapientemente distillata da spargere per strade e piazze, appunto.

E’ quando c’è da picchiare duro l’immancabile Rosy Bindi non si fa certo pregareIl governo ha ereditato un sistema dell'istruzione competitivo, ma con la riforma della Gelmini sta distruggendo una delle istituzioni pubbliche più importanti dell'Italia”. Generoso modo di definire un sistema che, secondo un rapporto dell’OCSE, risalente a ben prima che il duo Berlusconi-Gelmini iniziasse la sua azione devastatrice, sfornava “studenti che non riescono reggere il confronto con i compagni degli altri 30 paesi aderenti all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e laureati che spesso restano disoccupati”.

Non solo, il sistema scolastico italiano, prima della sua gelminizzazione forzata, poteva vantarsi di essere  “al 37° posto per competenza nelle materie scientifiche (mentre prima è la Finlandia ), e 33° posto nella lettura, (tra i primi tre Corea del Sud, Finlandia, Hong Kong), al 38° posto per le conoscenze matematiche (primi Taiwan, Finlandia, Hong Kong). Seguita, tra i Paesi europei, solo da Grecia, Portogallo, Bulgaria e Romania”. Quel che si dice un "sistema competitivo".

Postilla: La polemica che mette in cima ai suoi stendardi lo slogan della difesa della scuola pubblica si fonda sul classico equivoco secondo cui ciò che è pubblico deve necessariamente essere statale.
Un riflesso condizionato che va forte a sinistra, ma dovrebbe lasciare al mAssimo tiepido chi si dichiara liberale.
Certo, poi ti accorgi che i Granata e i Bocchino trattano la questione con toni pressoché indistinguibili da quelli dei Bersani e dei Franceschini e ti dici che qualcosa non torna.
O forse qualcuno non è chi dice di essere ed inizia a provarci gusto a stare tra gli indignati cronici. Troveranno spazio anche per loro: nella grande piazza progressista c'è posto per tutti.

venerdì 25 febbraio 2011

Bersaglio Fisso


Ieri sera Annozero si è occupato del tema del giorno: la Libia che brucia.
Un’occasione di approfondimento in prima serata offerta dalla tv pubblica assolutamente da non perdere.
La trasmissione è iniziata come da palinsesto alle 21:05. Alle 21:20 scarse avevamo già capito: abbiamo sbagliato tutto. Per giorni ci siamo riempiti la testa di questioni assolutamente non rilevanti, la verità ce l’ha spiegata Santoro e in meno di un quarto d’ora tutto ci è stato chiaro: il vero problema della Libia ha un nome e un cognome:  Muammar Gheddafi? No, Silvio Berlusconi.

La procedura è semplice: vai davanti all’ambasciata, avvicina il libico trapiantato che giustamente protesta per i massacri che si stanno compiendo nel suo paese, fagli una domanda su Berlusconi e, se risponde a suon di “vergogna!”, infilalo nel servizio e poi sfuma il tutto su un "sottofondo musicale idoneo" di Guzzantiana memoria. Come ciliegina montaci di seguito un bel coro “assassino! assassino!” (indirizzato a Gheddafi, ma basta non dirlo) e l’effetto è garantito, ci puoi giocare sopra per tutta la puntata.

Berlusconi è una canaglia perché è il responsabile unico della firma del trattato di amicizia con la Libia. Non importa che la ratifica sia stato un atto bipartisan che ha finalizzato il lavoro di governi  precedenti, anche di colore diverso. E non ci interessa nemmeno che sia passato al Senato con 232 voti favorevoli, 22 contrari e 12 astenuti e alla Camera con 413 voti a favore, 63 contrari e 36 astenuti. E’ una balla che suona troppo bene per rinunciarci.

Berlusconi è una carogna perché ha comprato e tuttora compra il petrolio e il gas dal dittatore. Peccato che la stessa cosa l’abbiano fatta tutti i governanti dell’Europa occidentale da 40 anni a questa parte. Meglio non dirlo, rovina l’atmosfera.

Berlusconi è complice della carneficina perché ci ha messo addirittura delle ore per condannare con forza quello che stava accadendo nelle strade di Tripoli, questo è il cuore del discorso.

Passano pochi minuti è un inviato da Washington de La Repubblica, uno di quelli che hanno l’America in tasca, che sanno come va il mondo e te lo spiegano sempre volentieri, scende dall’alto del collegamento esterno e ci racconta che il seme delle rivolte antiregime in medio oriente l’ha piantato Obama con il suo discorso al Cairo di due anni fa.
Lo stesso Obama che ci ha messo 48 ore abbondanti più di Berlusconi per aprire bocca sui massacri libici e lo ha fatto con un tono soft che più soft non si può, ma criticarlo per questo pare brutto e anche parecchio provinciale: aveva una buona ragione, possibile che non lo abbiate capito? ce lo ha spiegato il portavoce della Casa Bianca Jay Carney: Obama è stato cauto per paura di ritorsioni contro i cittadini americani in Libia.
Domanda: sarà mica la stessa ragione per cui anche da noi si è preferito non gridare all’assassino dentro al megafono? Chissenefrega, non ci interessa capire, solo sparare sul nemico, Obama è Obama, ma se lo fa il Caimano è una porcata a prescindere.

Torniamo in Libia: ieri dei giornalisti, tra di loro gli inviati dell’Ansa e del Corriere, sono stati bloccati da miliziani filo-Gheddafi sulla strada per Tripoli e, alla notizia che si trattava di italiani, sono stati schiaffeggiati e presi a calci. Che sia “colpa” della presa di posizione del nostro governo contro la dura repressione del regime del Rais? Possibile.

Parliamoci chiaro, a tutti noi sarebbe piaciuto sentire dure e nette parole di condanna dal nostro governo già dopo i primissimi scontri della settimana scorsa, ma facciamo un gioco, immaginiamo cosa sarebbe successo se Berlusconi avesse urlato nei microfoni dando dell’assassino a Gheddafi e se gli italiani  che a Tripoli e dintorni ci lavorano, e nelle prime ore della rivolta si trovavano ancora tutti in Libia, fossero stati oggetto di rappresaglie mirate da parte dei mercenari e dei miliziani al soldo del Rais, quelli che in queste ore fanno irruzione  nelle case dei civili sparando a casaccio su chi trovano dietro la porta, e che  una settimana fa avevano ancora il pieno controllo del territorio.
Immaginate la scena: pare di vederli e di sentirli, i Giovanni Floris, i Massimo Giannini, gli Ezio Mauro della situazione, che alzano gli occhi al cielo e agitano il ditino di biasimo “Un Presidente del Consiglio non si comporta così, vergogna! serve misura, serve prudenza, non si può agire con questa leggerezza!”. E ieri sera non ci sarebbe stato bisogno di un montaggio creativo per far urlare a qualcuno “assassino!” all’indirizzo del Premier.

Insomma, come ti muovi ti fulmino e che si parli di Ruby o di Gheddafi il bersaglio è sempre lo stesso, mobile o immobile che sia. Sindrome ossessiva conclamata.
Quando Berlusconi si ritirerà a vita privata sarà un triste giorno per questi signori, noi voteremo semplicemente per qualcun altro, loro dovranno trovare un’altra ragione di vita. Auguri.

lunedì 21 febbraio 2011

La Riforma Possibile


La Riforma della Giustizia è la madre di tutte le riforme, lo pensiamo in tanti.
E non perché ci sia qualcuno convinto che la separazione delle carriere, o la riforma del CSM, siano un companatico che si può dar da mangiare alla gente, ma perché chiunque non si copra gli occhi con le pagine di Repubblica vede benissimo che il conflitto perenne con la giustizia impedisce alla politica, non solo a quella di destra, di avere la forza per impostare quel lavoro incisivo e a lungo termine necessario per dare al paese le risposte economiche e sociali che possono per davvero fare la differenza nella vita di tutti i giorni della gente comune.

La Riforma della Giustizia va fatta e va fatto subito, perché l’orologio della legislatura va avanti e due anni passano in fretta.

Due giorni fa Berlusconi ha rilanciatoRipresenteremo tutte le riforme della giustizia, nei prossimi giorni convocherò un consiglio dei ministri straordinario. Metteremo mano anche alla Corte costituzionale, oggi cancella leggi giustissime".
Non solo separazione delle carriere e separazione del CSM dunque, ma anche riforma profonda della Consulta, della sua composizione e del suo funzionamento "Saranno necessari i 2/3 dei componenti per abrogare le leggi in modo da evitare che si ripetano le situazioni oggi, quando il Parlamento discute una legge, la approva e se non piace ai magistrati di sinistra, la impugnano davanti alla Consulta che, essendo costituita in prevalenza da giudici che provengono dalla sinistra, la abroga".

Tutto giusto, ma serve anche pragmatismo e non deve farci difetti la memoria storica.
A meno che non ci siano i 2/3 dei voti in aula (e non ci saranno) una riforma non è in cassaforte quando passa in parlamento, il sigillo deve metterlo il referendum confermativo, un terreno sul quale è molto facile finire a gambe all’aria.
Ricordiamoci quello che successe meno di 5 anni fa e cerchiamo di non ripetere gli stessi errori: la riforma costituzionale approvata dall’allora CdL nella legislatura 2001-2006 rivoltava come un calzino l’ordinamento dello stato: rafforzava i poteri del premier introducendone l’elezione diretta; poneva rimedio, grazie alla devolution, al caos dei conflitti di competenze tra regioni e stato introdotto dal centrosinistra con la sciagurata riforma del Titolo V; riduceva il numero dei parlamentari e aboliva il bicameralismo perfetto introducendo il Senato delle Regioni.

Tutte cose che, se spiegate bene e fatte digerire nei tempi giusti, la gente, almeno quella di centrodestra, avrebbe capito e condiviso.
Come andò a finire ce lo ricordiamo tutti: il popolo che appena un paio di mesi prima aveva dato alla CdL quasi il 50% dei consensi rigettò in massa quella proposta di riforma.

Di chi la colpa? Del centrosinistra certo, che portò avanti una campagna di balle colossali, con i consueti toni catastrofisti, annunciando ai quattro venti che se avesse vinto il “Si” l’Italia sarebbe più o meno finita il giorno dopo. Ma questo dobbiamo aspettarcelo anche stavolta, se vogliamo un  finale deve essere il centrodestra a giocare la partita in modo diverso.

Cosa fare quindi? Per cominciare evitiamo interventi troppo estesi e complessi, riformiamo quello che davvero ha urgenza di essere riformato, intervenendo sulla separazione delle carriere (e sulle intercettazioni, che non necessitano revisioni della Carta) e lasciamo il resto a chi verrà dopo.
Una riforma per essere confermata dal voto deve essere capita e questo presuppone che si muova su poche linee direttrici, chiare e ben definite. Perché, quando la gente non capisce, sceglie sempre la via della conservazione dell’esistente piuttosto che il salto nel buio.

Costruire intorno alla riforma il consenso consapevole dell’opinione pubblica è importante almeno quanto ricercare i numeri per farla approvare dalle Camere. Questo deve essere ben chiaro alla maggioranza se non vogliamo rivedere la replica del film andato in onda nell’estate di cinque anni fa. Se questo progetto resterà chiuso nelle aule parlamentari, e non "passerà" anche nelle piazze, nelle strade e nelle case, ci ritroveremo presto al punto di partenza.

venerdì 18 febbraio 2011

Futuro e Ambiguità


Il partito del maldipancia, così si potrebbe ribattezzare il FLI. Ma ormai non si parla più solo di intellettuali che alzano la voce o di mugugni post congressuali. Quello a cui stiamo assistendo in queste ore è un vero e proprio smottamento dei gruppi parlamentari.
E per un partito che esiste solo nei palazzi, che non ha mai preso un voto, non essendosi ancora presentato a nessuna elezione, perdere parlamentari non è una grana da poco.

Sarebbe davvero inutile negare l'evidenza: il progetto di Futuro e Libertà vive un momento difficile, sta attraversando la fase più negativa da quando, con la manifestazione di Mirabello, ha mosso i primi passi” ha ammesso questa mattina Gianfranco Fini dalle colonne de “il Secolo”.
L’individuazione del colpevole è presto fatta: il Presidente della Camera attribuisce la diaspora futurista alle “tante armi seduttive di cui gode chi governa” e in particolare al suo “potere mediatico e finanziario che è prudente non avversare direttamente”.

I parlamentari che abbandonano lo sponde finiane lo fanno quindi perché stanno cedendo alle lusinghe del potere economico berlusconiano al quale non si può dire di no: lo spirito è pronto, ma la carne è debole.
Non fa una piega, peccato che tutti gli eletti che oggi siedono tra i banchi di FLI e permettono al partito di Fini di avere un gruppo parlamentare alla Camera e (ancora per poco) uno al Senato sono lì perché sei mesi fa hanno fatto il percorso inverso, e da quel potere economico irresistibilmente attrattivo si sono staccati, arrivando di recente a sbattergli in faccia una bella sfiducia con voto palese in entrambi i rami del parlamento.

L’analisi auto assolutoria di Fini finge di non vedere che il suo movimento non subisce nessuna cannibalizzazione, sta solo tornando alle sue dimensioni naturali. Se per alcuni mesi FLI è parso avere un futuro da partito e non solo da partitino è stato grazie alla vaghezza e all’ambiguità della sua offerta politica, che gli ha permesso di attrarre soggetti con storie ed obiettivi molto diversi tra loro, presentandosi come il movimento della guerra santa antiberlusconiana e, al tempo stesso, come terza gamba della maggioranza prima e come forza riformatrice di centrodestra poi. Una specie di specchio magico in cui ognuno vedeva riflessa la propria immagine.

Ma certi equivoci hanno vita breve, un soggetto politico non può essere una cosa e il suo contrario.  Quando, da Bastia Umbra in avanti, la maschera a due facce è caduta sono venuti allo scoperto i lineamenti di un partito in cui i falchi dettano la rotta e le colombe fanno numero, un movimento rancoroso, convintamente antigovernativo e pronto a fare un patto col diavolo pur di buttar giù Berlusconi. Chi a questa linea era estraneo ha capito di essere mille miglia lontano dalla terra promessa e ha iniziato a guardarsi intorno chiedendosi se ci fosse un treno, un autobus o un somaro per tornare indietro.

Perché non puoi dirti di centrodestra e strizzare l’occhio a Vendola, non puoi dirti bipolarista e fondare il terzo polo con chi il bipolarismo lo vuole seppellire, non puoi votare la riforma dell’Università e salire sui tetti, non puoi dirti garantista e cavalcare il fango dei processi mediatici, non puoi parlare di valori liberali e usare i toni e gli accenti di Di Pietro.

Caro Fini, nella disgregazione del tuo partito non c’entra l’attrattiva di un potere economico che non si può avversare. Tutt’altro, avversare quel potere in Italia è la scorciatoia più veloce per guadagnarsi visibilità, riflettori, microfoni e buona stampa.
Il punto è un altro: oggi FLI appare per quello che è, e non può quindi più attrarre sulla base di quello che dice di essere, pur non essendolo. Ecco perché i finiani perdono pezzi, e continueranno a farlo. Ad emorragia ultimata resteranno gli antiberlusconiani a prescindere, orgogliosi e fieri di esserlo, in parlamento come in piazza. Ma non chiamatela destra.

mercoledì 16 febbraio 2011

La Prova Evidente


Alzi la mano chi è rimasto sorpreso che il gip di Milano abbia fatto propria fino alle virgole la linea della procura fissando al Premier un appuntamento con la sbarra tra meno di due mesi.
C’è la prova evidente” ha detto la Boccassini fin da primo giorno.
C’è la prova evidente” ha ribadito ieri il gip, accordando il rito immediato.

A questo punto, per assurdo, viene quasi da augurarsi che nella carte ancora non divulgate ci sia davvero qualcosa di grosso, o addirittura di esplosivo, perché se stiamo a quello che tutti, volenti o nolenti, con la bava alla bocca o con il naso turato, abbiamo letto nelle famose 600 e passa pagine di cui la procura ha gentilmente omaggiato la stampa, per gentile intercessione della Camera dei Deputati, la prova evidente non c’è nemmeno a cercarla con il lanternino.

Certo si resta perplessi quando si legge che la gip ha individuato, come parte lesa per il reato di prostituzione minorile, una ragazza che non solo non si sente affatto lesa (al punto di aver paragonato Berlusconi alla Caritas), ma ha detto e ripetuto ai quattro venti di non essersi mai concessa per soldi nelle stanze di Villa San Martino.
Per il reato di concussione, su un concusso che allo stato attuale  nega di essere stato concusso, la parte lesa è invece direttamente il Ministero dell’Interno, così siamo tranquilli di averci messo dentro tutti, dagli uscieri, ai passacarte su su fino al Ministro in persona.

Quanto ci sia di serio in tutto questo ce lo dirà il processo, con la consapevolezza però che sotto la lente di ingrandimento non ci sarà solo la vita privata dell’imputato, anche la magistratura italiana si giocherà quel che resta della sua credibilità e lo farà in mondovisione. Ci saranno tutti: dal New York Times al  Poughkeepsie Journal, dal Washington Post al Daily Beast, le aule del Palazzo di Giustizia di Milano godranno di una copertura mediatica degna di un’inaugurazione presidenziale, roba che in Italia non si vedeva dai tempi dello Spatuzza Day, che fu un successo di pubblico, ma non certo di critica. Uno spettacolo che il paese avrebbe fatto bene a risparmiarsi.

Un altro buco nell’acqua e l’unica prova evidente che resterà sul tappeto sarà quella di una magistratura  militante di cui il cittadino comune, almeno quello che non mangia pane e Travaglio, non potrà che fidarsi sempre meno.

lunedì 14 febbraio 2011

Il Fattore "C"



La sinistra dei palazzi romani, e non solo, ha provato a farcelo entrare in testa in tutti i modi a noi analfabeti istituzionali e costituzionali: se il Presidente della Repubblica intravede la possibilità che ci sia una maggioranza in parlamento non può che operare per il proseguimento della legislatura.
Questa giustificazione, formalmente inappuntabile, ha fatto da lasciapassare, negli anni, a ribaltoni e ribaltini  grazie ai quali hanno visto la luce governi sostenuti da maggioranze OGM di ogni genere.
Noi ad arrabbiarci e a gridare al colpo di mano, loro a dirci di rileggere la Costituzione e la storia della Repubblica: Ma quale scioglimento anticipato delle camere? Il Capo del Stato non avrebbe potuto comportarsi diversamente.

E anche sul finire dell’anno scorso il copione sembrava lo stesso,  con i soliti noti  pronti a scommettere  tutto sul formarsi di una maggioranza alternativa in parlamento che avrebbe permesso di dare lo sfratto a Berlusconi, e che Napolitano avrebbe certamente benedetto.
Tutto questo con buona pace del rispetto della volontà popolare. Niente di personale, è la Repubblica parlamentare.

C’è però stato un piccolo imprevisto e la "maggioranza alternativa", il 14 dicembre, ha preso una sonora sberla. Non solo: più passano i giorni e le votazioni in aula, più i numeri per il governo in carica sembrano diventare rotondi.
Dalle piazze agli uffici delle procure sono immediatamente scattati vari piani B per cercare di rimediare all’incidente di percorso, ma di questi tempi non basta avere un piano B, ci vuole anche il piano C.C” come Costituzione.

Ecco quindi che, cogliendo al balzo lo spunto di una nota del Quirinale, che invitava a mantenere i toni bassi pena la possibile fine anticipata della legislatura, i costituzionalisti illuminati (quelli che, tanto per capirci, farebbero la loro figura come ospiti super partes a Ballarò) hanno già pronta una bella inversione a U, anzi a C.
In fondo dove sta scritto che il Capo dello Stato non può essere un "arbitro giocatore" e mandare tutti a casa anche se la maggioranza parlamentare regge? E' vero che lo abbiamo detto e ripetuto per anni, ma solo gli stupidi non cambiano idea, no?

La Costituzione stabilisce che (art.88) “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”.
Certo, l’articolo successivo precisa: “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri”. E anche la prassi parla chiaro, una cosa simile non è mai successa.
Ma la costituzionalista Lorenza Carlassarrereduce dal Palasharp di Milano, non si fa impressionare e si mostra possibilista sulla prospettiva di uno scioglimento anticipato delle camere, pur in presenza di una maggioranza numerica in entrambi i rami del parlamento, e senza la controfirma del Premier. Poco importa che la stessa Carlassarre, poco tempo fa, avesse detto l'esatto contrario, giudicando l'ipotesi inammissibile. La politica è fantasia, e anche le interpretazioni costituzionali vanno adeguate alle convenienze di scenario.

E tutta la tiritera sulla Repubblica parlamentare che ci hanno propinato per anni al punto che quasi quasi stavamo iniziando a crederci? Pur di far fuori Berlusconi la mettiamo in soffitta, insieme a tutto quello che ci siamo giocati da un pezzo: lo stato di diritto, le libertà individuali, il rispetto della privacy e della dignità delle persone.
Sospendiamo regole e prassi e pensiamo solo a far fuori il nemico: è l'antiberlusconismo bellezza.

venerdì 11 febbraio 2011

Morale ad Personam


Domenica prossima in 117 piazze d’Italia andrà in scena la protesta delle donne contro la cultura della mercificazione del corpo femminile.
Benissimo se fosse così, ma in realtà basta scorrere l’elenco delle promotrici, capeggiate dalla direttorissima dell’Unità Concita De Gregorio (quella che lanciò il nuovo corso de l’Unità con un bel sedere a tutta pagina) per capire che il tutto si ridurrà al solito girotondo anti-Berlusconi.

Certo il Cav se l’è cercata contornandosi di ninfe, ninfette e sgallettate varie, e, con il processo per il caso Ruby che si avvicina, quale migliore occasione per una bella indignazione collettiva a favore di telecamera?

E allora, come dice Angela Finocchiaro nel video promozionale della manifestazione, tutte in piazza il 13 per fare dell’Italia “un paese per donne”, contro il modello Ruby. Poi però si scopre che un posto in prima fila nel corteo ce l’avrà la signora Carla Corso, che guida il movimento per diritti delle prostitute.
Niente di male in questo, per carità, ma cosa c’entrano, di grazia, le prostitute in una manifestazione contro la mercificazione del corpo femminile?
Ce lo spiega, con l’abituale acume, la De Gregorio, che nel suo pezzo di tre giorni fa, dall’evocativo titolo “Suore e Puttane”, fa parlare proprio la Corso “Noi eravamo in lotta contro il mondo, volevamo rompere l'ipocrisia, queste ragazze non sono contro ma sono funzionali al sistema”.
Vediamo di capire bene: se ti prostituisci per strada sei antisistema e, se ti fai vedere con la gente giusta, puoi ambire anche alle stellette da intellettuale. Se invece varchi le soglie di Arcore diventi seduta stante una poco di buono, prima ancora che si chiarisca cosa ci sei andata a fare. Non più solo la giustizia, anche la morale adesso è diventata ad personam.

Quella di domenica sarà anche una manifestazione per la difesa dei diritti femminili, ma  pare fare una sola ombra con le piazze di Santoro e i Palasharp di Saviano.
Le donne che andranno in piazza domenica corrono il serio rischio di farsi strumentalizzare ed in definitiva di essere  funzionali ai disegni di personaggi politici, tutti maschi, che se ne stanno dietro le quinte, dettano lo spartito e tirano i fili, con la benedizione dei nostri signori (e signore) delle procure.
Marciate in pace.

Ma il week end porterà anche una buona nuova: il ritorno in campo dell’elefantino rosso, al Teatro Dal Verme di Milano, con un’iniziativa dal nome emblematico “In Mutande ma Vivi”:
Che ne dite? Vi sentite di far parte di una minoranza che non ha niente da insegnare ma non accetta prediche da pulpiti privi di decenza e di senso del limite?
Bentornato elefantino.

giovedì 10 febbraio 2011

La Dieta del Giustizialista


Il politico si nutre di consenso. Non perché a saziarlo sia l’appagamento di sentirsi stimato e sostenuto dai propri concittadini, ma perché, si sa, il consenso equivale a voti, e i voti vogliono dire poltrone, rimborsi, visibilità, cioè tutto quello di cui un partito ha bisogno per vivere prospero e senza paura del domani.

Ogni partito si caratterizza per una particolare attenzione a certi temi che definiscono il suo rapporto con l’elettorato. Ci sono partiti che puntano tutto sul federalismo, altri sul supporto alla libera impresa (almeno in teoria…), altri sono in prima linea sui temi etici, altri vogliono uno stato più leggero che “badi ai fatti suoi”, altri ancora lo preferiscono più pesante e interventista sulla vita delle persone.

Ognuno dà la risposta che ritiene più efficace ai bisogni dei suoi elettori potenziali. Il gioco del consenso sta tutto qui: individua il target, studiane le istanze, proponi risposte o soluzioni che, almeno a parole, le soddisfino e poi conta i voti nelle urne.
Non fanno eccezione nemmeno i partiti cosiddetti giustizialisti. Quelli che non sai bene se sono per la libera impresa o per lo stato che allunga le mani dappertutto, per il federalismo o per il centralismo, per l’efficienza o per i privilegi sindacali, ma trovano la loro vera ragion d’essere nelle aule dei processi mediatici, ovvero negli studi televisivi di buona parte dei programmi di approfondimento della tv pubblica e non dove, non c’è bisogno di dirlo, l’avversario è sempre colpevole.

L’elettorato di questi partiti è in buona parte composto da persone che sguazzano nelle cronache giudiziarie, spulciano i verbali e gli atti riservati che inevitabilmente in Italia diventano di pubblico dominio e ascoltano rapiti i monologhi di Travaglio, che riuscirebbe ad argomentare la necessità della reclusione in carcere anche per Topolino.

Il solo pensiero di una legge o di un decreto che blocchi la pubblicazione di questi documenti sui giornali equivale, per chi si ciba di certo materiale, alla prospettiva di una dieta con rovinose conseguenze per le necessarie riserve di veleno in corpo, tanto che, alle prime avvisaglie, nemmeno confermate, il leader del partito delle manette non si è fatto pregare ed è partito lancia in resta. 

Fare un decreto legge per bloccare il lavoro dei magistrati che stanno indagando su Berlusconi equivale ad una dichiarazione di guerra che, facendo le debite proporzioni, sta sullo stesso piano di quanto sta succedendo in Egitto e potrebbe provocare una rivolta simile” E’ stato il commento di Di Pietro, con la piccola differenza che in Egitto a mancare era il pane, non le intercettazione, e, con tutto il rispetto per chi le divora sui giornali, non è la stessa cosa, nemmeno facendo le “debite proprorzioni”.

Intervenire sulle intercettazioni si deve, non per proteggere il politico di turno che finisce nel tritacarne, ma per evitare che il dibattito nazionale venga quotidianamente inquinato da chi avvelena l’acqua dei pozzi.
Per farlo però bisognerà reggere al fuoco di sbarramento di chi, primi tra tutti i media, ha tutto l’interesse a che l’emorragia di carte dalle procure continui. Non dovranno essere le minacce di piazze inferocite e “affamate” a far venire il braccino corto al governo. L’Egitto è lontano e, checché ne dica Di Pietro, quelli che mangiano intercettazioni a colazione sono ancora un'esigua minoranza.