Il PD torna in piazza. Ormai più che con un partito sembra di avere a che fare con un’associazione di ambulanti dedita all'accattonaggio del voto. L’occasione è l’ennesima difesa a spada tratta della scuola pubblica contro l’attacco delle orde berlusconiane.
“Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori” ecco le parole del Premier che hanno scatenato la tempesta.
E lo scandalo segue le cadenze di sempre: a dare il ritmo è come al solito la stampa debenedettiana, con appelli che partono già stracarichi di firme di artisti, intellettuali e neo eroi nazionalpopolari del televoto, toccanti storie di vita vissuta dietro la cattedra e fiumi di indignazione sapientemente distillata da spargere per strade e piazze, appunto.
E’ quando c’è da picchiare duro l’immancabile Rosy Bindi non si fa certo pregare “Il governo ha ereditato un sistema dell'istruzione competitivo, ma con la riforma della Gelmini sta distruggendo una delle istituzioni pubbliche più importanti dell'Italia”. Generoso modo di definire un sistema che, secondo un rapporto dell’OCSE, risalente a ben prima che il duo Berlusconi-Gelmini iniziasse la sua azione devastatrice, sfornava “studenti che non riescono reggere il confronto con i compagni degli altri 30 paesi aderenti all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e laureati che spesso restano disoccupati”.
Non solo, il sistema scolastico italiano, prima della sua gelminizzazione forzata, poteva vantarsi di essere “al 37° posto per competenza nelle materie scientifiche (mentre prima è la Finlandia ), e 33° posto nella lettura, (tra i primi tre Corea del Sud, Finlandia, Hong Kong), al 38° posto per le conoscenze matematiche (primi Taiwan, Finlandia, Hong Kong). Seguita, tra i Paesi europei, solo da Grecia, Portogallo, Bulgaria e Romania”. Quel che si dice un "sistema competitivo".
Postilla: La polemica che mette in cima ai suoi stendardi lo slogan della difesa della scuola pubblica si fonda sul classico equivoco secondo cui ciò che è pubblico deve necessariamente essere statale.
Un riflesso condizionato che va forte a sinistra, ma dovrebbe lasciare al mAssimo tiepido chi si dichiara liberale.
Certo, poi ti accorgi che i Granata e i Bocchino trattano la questione con toni pressoché indistinguibili da quelli dei Bersani e dei Franceschini e ti dici che qualcosa non torna.
O forse qualcuno non è chi dice di essere ed inizia a provarci gusto a stare tra gli indignati cronici. Troveranno spazio anche per loro: nella grande piazza progressista c'è posto per tutti.




