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giovedì 16 gennaio 2014

La Penisola che Non C'è


Parlare di politica italiana è come dissotterrare cadaveri: non trovi niente che si muova, e se si muove generalmente non è un buon segno.
Siamo affezionati ai nostri problemi, ne parliamo giorno e notte, e ci rattrista l’idea di risolverli. A cose fatte correremmo il rischio di sentirne la mancanza. Guai a chi ce li tocca.
Il vantaggio è che puoi scrivere un pezzo sui mali dell’Italia e riproporlo a distanza di  dieci o vent’anni senza che abbia perso di attualità: le location sono “eterne”, una risistemata ai nomi dei  personaggi e ai  modi di dire (perché se devi ripetere le stesse cose almeno cambia il gergo…) e il gioco è fatto.

Abbiamo appena chiuso un altro anno in recessione (PIL -1.8%), ma la notizia è che si vede la luce in fondo al tunnel: per il 2014 il meteo economico dà “ripresa”.
Finalmente. Strette di mano a favore di camera e diffuso senso di sollievo. Bravi tutti. Poi però spegni la TV e ti torna in mente che anche per il 2013 era stata prevista la ripresa.
20 Settembre 2012: Monti “L'anno prossimo sarà un anno in ripresa”.

Ci pensi ancora un po’ ti ricordi che anche per l’ormai lontano 2012 si alimentavano speranze di un riaffacciarsi del “segno +”.
Passera “100 miliardi per la crescita, speriamo in una ripresa nel 2012”. I 100 miliardi nessuno li ha visti, ma anche Draghi, dagli stanzoni della BCE, assicurava che l’Italia era “davvero sul sentiero giusto”.
Per la cronaca: nel mondo reale il 2012 si è concluso in Italia con un PIL in caduta libera: -2.4%.

La ripresa in Italia è immancabilmente prevista per il secondo semestre, possibilmente dell’anno successivo.
Anche se nel 2014 continuassimo ad andare giù a fine anno sarà passato abbastanza tempo perché nessuno si ricordi della previsione (tranne magari qualche blog di poco conto).

Ma al di là della speranza (che, come noto, non è una strategia) per quale motivo dovrebbe esserci una ripresa nel 2014? E perché avrebbe dovuto esserci nel 2012 e nel 2013?
Riferito all’attualità la risposta potrebbe essere che una volta toccato il fondo (abbiamo perso 8 punti di PIL dall’inizio della crisi e già prima non stavamo molto bene) non si può che risalire, o almeno rimbalzare. Ma l’esperienza comune insegna che in casi simili si può anche iniziare a scavare.
Qualcuno però di recente ha dato una risposta diversa. Lo spunto lo hanno fornito gli inattesi dati di fine anno della CGIA di Mestre che a sorpresa ci hanno informato che nel 2013 un certo tipo di contribuente, con un certo reddito e un certo nucleo familiare, ha pagato meno tasse rispetto all’anno precedente.
La notizie ha fatto incetta di titoli sui media e Premier e Vice del “Governo del Twittare” non hanno perso tempo a mettere l’inatteso pacchettino sotto l’albero dei “successi dell’esecutivo” (dove peraltro non hanno fatto fatica a trovare posto) lasciandosi andare ad un “L’Italia riparte” di prodiana memoria (qualcuno ricorderà che allora non fu esattamente un successone).

Peccato che una simulazioni che ci dice che alcune tipologie di contribuenti hanno pagato meno tasse non sia esattamente sinonimo di “riduzione della pressione fiscale”.
A confermarcelo ci ha pensato uno studio di Confcommercio che ha da poco certificato il nuovo record storico della nostra pressione fiscale ormai ad un soffio da quota 45%. E si tratta di un dato “apparente”, che tiene conto anche di chi lavora in nero e non versa un Euro nelle casse dello Stato. Il livello effettivo di tassazione per chi le tasse le paga raggiungela bella cifra del 54%, contro il 51% della Danimarca, il 47% della Svezia, il 42% della Norvegia, il 40% del Regno Unito e (tanto per farci del male) il 28% degli USA.
Tutto questo mentre la Banca Mondiale ci ricorda che siamo al 65° posto nella lista dei paesi dove conviene fare investimenti (dietro il Botswana e la Bielorussia) e ben oltre il 100° posto (e in discesa)se si parla di burocrazia e pressione fiscale.
Che motivi ragionevoli ci sono per aspettarsi che un paese con questi numeri torni seriamente a crescere? Per carità, un piccolo rimbalzo ci può stare, ma avete mai visto qualcuno che prova ad uscire da una buca rimbalzando sul fondo?

Se fossimo in uno dei tanti salotti televisivi permanenti a questo punto qualcuno si alzerebbe e darebbe la colpa alla Germania: è il risanamento bellezza, ce lo hanno imposto loro.
Ecco il nostro risanamento: dopo due governi di pubblica virtù e salvezza nazionale il debito pubblico si avvia sicuro e spedito verso quota 2100 miliardi di Euro, pari al 133% del PIL e per di più in crescita decisa (+3% nel secondo trimestre del 2013). Il nostro rapporto Debito/Pil è la sola cosa cresce (molto) più della media europea.
Come si spiega?
Non è difficile: prendiamo l’aumento dell’IVA, misura suicida per eccellenza in un paese con la domanda interna sotto la tendina a ossigeno: l’aliquota è stata portata da 21% al 22% con il dichiarato intento di fare cassa e ripianare il deficit. Risultato: nei primi 8 mesi del 2013 il gettito IVA è calato (non aumentato, calato) di quasi 4 miliardi di Euro con un ulteriore buco di bilancio per lo Stato oltre a quello che si cercava di riempire. A calare non è stato il deficit, sono stati i consumi.
La più grossa panzana che si sia sentita di recente nei TG è la filastrocca sul “quanto costerà in più l’aumento dell’IVA alla famiglia-tipo del balpaese”. Come se la famiglia-tipo di questi tempi avesse dei soldi in più da spendere. Non li ha, quindi semplicemente con gli stessi soldi acquisterà meno beni e servizi di quelli che acquistava prima.
E se poi con quegli stessi soldi deve pagare anche l’ultima tassa partorita del Consiglio dei Ministri tra Iuc, Tari, Tasi, etc. (quando avremo esaurito le sigle ricorreremo probabilmente ai nomi mitologici: la Zeus o la Eros ad esempio suonerebbero…da dio) stringerà ancora di più la cinghia e lo Stato, pur avendo aumentato le aliquote, incasserà meno soldi.
E andrà ancora peggio se, proprio per eccesso di tasse, uno o più componenti di quella famiglia perderanno il lavoro: la disoccupazione è al 12.7%, nel 2011 era all’8.4%, il che vuol che per ogni due disoccupati del 2011 oggi ce n’è uno in più. In altri paesi non si parlerebbe che di questo, ma noi continuiamo pure a baloccarci con lo spread.

Ecco in sintesi come è amministrata l’Italia:
Problema - conti in rosso a causa di una pubblica amministrazione che ingoia più soldi del buco nero al centro della Via Lattea.
Soluzione - di tagliare la spesa non se ne parla quindi per far quadrare (sulla carta) i conti alziamo le tasse. Questo fa calare i consumi, non c’è domanda e le imprese chiudono. Cala il numero degli occupati e quindi anche il numero dei soggetti che pagano le tasse, perciò, anche se chi paga paga di più, i conti continuano a non tornare e continuiamo ad avere lo stesso problema. Soluzione: alziamo ancora le tasse.  
Tornare all’inizio del periodo e ripetere in loop un numero a piacere di volte fino a completo esaurimento del settore privato.

Ecco perché il pareggio di bilancio annunciato con squilli di tromba per il 2013 è stato rimandato a data da destinarsi. Il rapporto Deficit/PIL al 3% vuol dire che, malgrado la fiera delle tasse, abbiamo mancato l’obiettivo di qualche decina di miliardi di Euro, un'inezia. Come dire che giocavamo a freccette e invece del centro del bersaglio abbiamo colpito il vetro della finestra…di una casa in un'altra città.
Questo a conferma del ben noto principio che tutta l’acqua del mondo non riempirà mai un singolo bicchiere, se a quel bicchiere è stato tolto il fondo.

Tagliare la spesa per alleggerire il carico fiscale è il solo modo per imboccare la strada della crescita. L’Italian Way invece è quello di inventarci tasse dai nomi sempre più esotici per alimentare quello stesso apparato burocratico pachidermico che fa quotidianamente la guerra agli investimenti e alle iniziative private. In sintesi: ci togliamo il pane di bocca per rendere sempre più grossa e pesante la palla di piombo che ci portiamo al piede e poi ci stupiamo che muoversi diventi sempre più difficile.

Questo è il quadro dell’Italia di inizio 2014 al di là delle twittate (che nessuno è ancora riuscito a trasformare in qualcosa da tagliare con forchetta e coltello). I commenti alla “ce l’abbiamo fatta” sentiti di recente sono la miglior riprova che chi amministra questo paese, al di là dell’opportunismo,  semplicemente non sa di cosa parla. Leggere tendenze generali in un singolo dato frutto di una simulazione è come fare stime sulla qualità della vita di una città consultando il meteo online.

E comunque se ti affidi unicamente al meteo online, anche solo per sapere se in una certa città fa caldo o freddo, vuol dire che in quella città non ci vivi. Vivi da un’altra parte. In una Penisola che non c’è.

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martedì 5 febbraio 2013

L’IMUnodeficienza




Se c’è una cosa che abbiamo imparato in un anno di governo tecnico è che non si vive senza l’Imu: l’Imposta che ci ha salvato dalla deriva greca (copyright P.F. Casini), qualunque cosa voglia dire.
Apriti cielo dunque quando qualcuno prima ha proposto di abolire l’Imu sulla prima casa e poi, orrore, addirittura di restituire il maltolto incassato nel 2012.
Proposta ridicola, demagogica, populista l’hanno subito bollata gli esponenti del “nuovo-arco-costituzionale-wannabe”, i Casini e i Bersani, quelli che di tasse sono sempre vissuti e quindi comprensibilmente sull’argomento sono un tantino sensibili. Ci vuole tatto.
Monti? Il Tecnico in Capo, il volto nuovo del popolarismo europeo, ha voluto distinguersi arrivando ad ipotizzare, da autentico moderato, che si tratti di voto di scambioCorruzione.
Come se un cittadino che va a votare pensando alla salute delle sue tasche dovesse sentirsi in colpa per essere stato corrotto da qualcuno.
Il benessere di un paese dipende anche e soprattutto da quanto sono piene le tasche di chi ci abita. Vallo a spiegare a chi vive di solo spread.
Ma soprattutto l’idea di abolire l’Imu sulla prima casa (con effetto retroattivo al 2012) è stata  giudicata irrealizzabile. Perché appunto non si vive senza l’Imu.

Oddio, la capacità dell’autore della “proposta shock” di passare dalle parole ai fatti è come minimo da discutere, e resta sempre il piccolo problema di coerenza di un partito che prima vota l’introduzione di questa IMU in parlamento e un anno dopo fa la campagna elettorale sulla sua abolizione.
Sulla genuinità della proposta e suoi “buoni propositi” di chi l’ha avanzata ognuno è quindi libero di farsi la sua opinione, ma dire che abolire l’Imu sulla prima casa vuol dire scardinare irreparabilmente i conti dello Stato è una balla di quelle certificate.

Per la verità questo film l’abbiamo già visto: nel 2006 fu sempre l’Uomo Nero di Arcore a proporre l’abolizione dell’Ici sulla prima casa nell’unico sussulto di un soporifero confronto televisivo pre-elettorale con Prodi.
Stesso copione, risatine di sufficienza abbinate alla solita “indignazione telefonata”, che per molti è diventata ormai uno stile di vita. In pochi giorni il vantaggio elettorale del centrosinistra, dato per inattaccabile, si ridusse a cifre da prefisso telefonico internazionale (con il doppio zero davanti) e l'armata prodiana si ritrovò in mano una vittoria azzoppata che valeva poco più di un pareggio.
L’idea si rivelò talmente irrealizzabile ed eversiva che fu poi lo stesso governo Prodi a metterla in pratica per primo, poco più di un anno dopo, esentando dall’Ici sulla prima casa circa la metà del contribuenti italiani.

Venne poi il 2008 con la promessa berlusconiana di completare l’opera e di estendere l’esenzione a tutti i proprietari di prime case (tranne quelle di lusso). L’Italia votò, l’Uomo Nero vinse e il famigerato primo Consiglio dei Ministri a Napoli, sventurati noi, mantenne.
E lì iniziarono i guai. Eh si perché ormai ce l’hanno spiegato talmente bene che l’abbiamo capito “Se oggi c'è l'Imu bisogna accettare l'amara verità che si è abolita l'Ici senza calcolare le conseguenze, non poteva e non doveva essere abolita nella situazione economica in cui si trovava il paese". Insomma se oggi l’italiano medio deve fare i conti con le batoste dell’Imu la colpa è di ha abolito l’Ici sparando prima di mirare.

Però poi uno si fa due conti e scopre che l’intera ICI sulla prima casa valeva circa 2.5 miliardi di Euro, (3 miliardi secondo le stime più generose) il primo intervento del governo Prodi ne tagliò circa 1, quindi, riferendoci alla detassazione spericolata dell’ultimo governo di centrodestra, stiamo parlando di non più di 2 miliardi di euro.

2 miliardi di Euro erano e restano un gran bel gruzzolo, ma si tratta di 1/800 del nostro Pil  (lo 0.125%), di 1/400 della nostra spesa pubblica (lo 0.25%) e di 1/1000 del nostro debito pubblico (lo 0.1%). Non esattamente il genere di percentuali che fa la differenza tra il virtuosismo di bilancio e la bancarotta.

Per tappare questo buco da 2 miliardi il governo dei tecnici ha dato alla luce una tassa che nelle previsioni doveva incassarne circa 20, quando l’intera Ici (non solo quella sulla prima casa) ne portava nelle casse dello Stato meno di 10.
Per la serie “ci rifacciamo con gli interessi”: ogni anno avremmo recuperato cinque volte quello che l’Uomo Nero aveva irresponsabilmente lasciato per strada in ciascuno degli esercizi economici dal 2008 al 2011.
E non è finita qui, perché alla prova dei fatti il gettito IMU è stato di circa 24 miliardi, ovvero ben 4 miliardi in più rispetto a quelli che questo stesso governo aveva previsto (quindi le volte diventano sette).
Quanto vale tutta l’Imu sulla prima casa? Coincidenza: 4 miliardi giusti giusti.
Abolirla (o restituirla) vuol dire riportare il gettito complessivo dell’Imu più o meno a quanto stimato e messo in conto dallo stesso Governo del Professor Monti.

L’unico motivo per cui questa proposta potrebbe essere giudicata irrealizzabile è che abbiamo a che fare con uno Stato con le mani talmente bucate da non essere in grado di privarsi nemmeno di quello che non aveva previsto di incassare, per il semplice motivo che qualunque somma è già spesa prima ancora di essere incassata, secondo il ben noto principio per cui tutta l’acqua del mondo non riempirà mai un bicchiere a cui è stato tolto il fondo.
Tutto questo con buona pace di campagne di buonismo fiscale all’insegna del “pagare tutti per pagare meno”, uno slogan tanto sensato da sembrare vero, almeno fino a quando non ci si ricorda che lo Stato recupera regolarmente dalla lotta all’evasione una decina di miliardi di euro l’anno (12 miliardi nel 2012). Qualcuno ha mai visto un centesimo di quelle somme essere utilizzato per ridurre di un centesimo le tasse?

Così stanno le cose in Italia fuori dal recinto della balle di comodo, delle frasi fatte e dei Meme. Così era ieri e così sarà verosimilmente domani. Ma questo non significa che debba piacerci.

lunedì 10 dicembre 2012

L'Uomo Nero


E’ tornato l’Uomo Nero, si salvi chi può. L’Italia è pronta a tornare sul baratro.
Ce ne siamo accorti ieri, leggendo il Corriere della Sera, quando a scendere in campo con l’elmetto montista è stato il direttore in persona. In momenti del genere un uomo deve fare quel che deve fare. “Questa è la cronaca di ore drammatiche che mai avremmo voluto raccontare. Un governo muore così” sospirava ieri De Bortoli. Il tono è quello classico del sogno spezzato.
Perché quello che si avvia a conclusione oltre ad essere stato il governo dei piani alti dei Palazzi era anche quello degli editorialisti, di quell’Italia dei “migliori” (naturalmente autoproclamati) che dopo lustri di frustrante impotenza, di endorsement inascoltati, di nottate elettorali passate a scuotere la testa nel constatare che ancora una volta il popolo aveva votato le persone, anzi scusate, la persona sbagliata, un anno fa decise di prendere in mano la situazione: diamo finalmente al paese un governo illuminato, di gente che sa di latino (come dicevano i bravi manzoniani) e ha passato la vita nei luoghi più vicini al mondo reale conosciuti ad un direttore di giornale: le aule universitarie (dove la realtà entra solo quando qualcuno apre la finestra, come sa chiunque le abbia frequentate fino all’agognata laurea).

I risultati li abbiamo visti, questo blog lo ha scritto e riscritto e non c’è bisogno di ripetere ancora il lungo elenco dei numeri che fotografano lo scenario post bellico di un paese che in un anno ha visto la sua economia reale fatta a pezzi
Ma tutto questo, dal tracollo del PIL all’esplosione della disoccupazione, è scomparso dal dibattito nazionale per dare spazio alla narrativa dell’Italia salvata dal baratro.
Peccato che la storia di Monti sia quella di un medico che, per salvare un paziente di salute cagionevole dalle angosce di una vita poco allegra, invece di curarlo l'ha spedito in coma.

Monti si sta per dimettere. Alleluia. Ma resterà in sella fino all’approvazione della legge di stabilità, che avverrà in tempi rapidi e non è in discussione. Chi descrive scenari di catastrofi imminenti con all’orizzonte lo spettro dell’esercizio provvisorio dipinge quindi quadri surrealisti e, con la scusa di metterci in guardia da imprevedibili reazioni dei mercati, cerca di alimentarle per poterle poi cavalcare in una campagna elettorale che, Monti o non Monti, era già in corso.
Eh si perché i mercati “ci faranno pagare un prezzo assai alto” tuonava ieri il Corriere, naturalmente per colpa di chi ha aperto questa crisi. Insomma onta su chi ci espone a nuove ondate speculative, avendo  accorciato di 15-20 giorni (nemmeno votando contro, ma astenendosi) la vita ad un governo che nella migliore delle ipotesi poteva sopravvivere altri tre mesi.
Eppure, se la memoria non mi inganna, nessuno dette dell’irresponsabile a chi, tredici mesi fa, fece cadere in quattro e quattr’otto un esecutivo non certo da applausi, ma eletto dal popolo  (non dal circolo ristretto Quirinale-comitati di redazione), aprendo una crisi al buio con ancora un anno e mezzo di legislatura davanti. Nessuno dette dell’irresponsabile a chi, con quella mossa, fece schizzare in su lo spread di quasi 100 punti in poche ore (fino a sfiorare quota 600), e nemmeno ai tanti analisti anonimi che avevano assicurato urbi et orbi che sarebbe successo l’esatto contrario.

Dopo averlo usato come pretesto per far cadere il governo dell’Uomo Nero, lo spread ce lo siamo tenuto tra quota 400 e 500 quasi ininterrottamente per nove mesi (tranne una parentesi tra febbraio e aprile), con un picco a 530 datato 24 Luglio, senza che nessuno di quelli che oggi si strappano i capelli per cose non ancora successe, sentisse il bisogno di dirci che avevamo un problema.
Adesso sarà diverso, anche un’oscillazione di 10 punti sarà un presagio di sciagura, e le agenzie di rating che nel 2012, tra un downgrade e l’altro del nostro sistema economico, erano state bollate dal montiano e moderato Casini come “criminali”, torneranno ad essere definite la voce del mondo che ci guarda. Sempre che buttino la croce sul bersaglio giusto s’intende.
I comitati di redazione sono già al lavoro per mettere a punto la nuova narrativa, e dove i fatti non ci sono si inventeranno, come successo ieri per la frase di Monti “In Politica? Ora sono più libero”, mai pronunciata (come chiaro dalla lettura dell’articolo), ma diventata titolo, per giunta virgolettato, un po’ ovunque, nella migliore tradizione da “realtà aumentata” del giornalismo nostrano.

Il Pdl queste elezioni non le perderà per aver tolto la fiducia a Monti, le perderà, tra le altre cose, per avergliela votata ininterrottamente per un anno intero mentre il suo governo massacrava a colpi di tasse le piccole imprese, i commercianti, i professionisti, e tutta quella classe media che non vive attaccata alla mammella dello stato e costituiva il cuore dell’elettorato di centrodestra. Una colpa che non si lava con un’improvvisa presa di coscienza arrivata troppo tardi per cambiare qualcosa nelle tasche della gente comune.

Stiano quindi tranquilli quelli che oggi condividono con il mondo le loro grida di terrore per il ritorno dell’Uomo Nero, si preoccupino piuttosto di un paese che sta affondando. Un paese in cui, tra le altre cose, si condannano gli scienziati per non aver previsto un terremoto e si arrestano i giornalisti per reati d’opinione.
L’Uomo Nero a Palazzo Chigi non può entrarci se la gente non lo vota. Ad esserci andati per chiamata diretta sono stati altri, e stanno tutti dall’altra parte.

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venerdì 7 dicembre 2012

Tutti giù dal Monti



Di fatto il Pdl non fa più parte della maggioranza che sostiene il governo Monti. L’astensione non è un voto contrario ma marca una discontinuità, come direbbero i Follini di ieri e di oggi (i vari Bocchino, Briguglio e Granata, se qualcuno se li ricorda ancora).
Si potrebbe dire “finalmente”, ma in realtà c’è poco da festeggiare, questo governo di calamità nazionale (nel senso che è stato una calamità, non che è nato per reagire ad una calamità) non avrebbe mai dovuto esistere,  il solo averlo fatto nascere ha voluto dire, per il centrodestra, rinnegare l’unico vero valore  portato alla politica italiana negli ultimi 20 anni, e cioè che i governi escono dalle urne e non dai piani alti dei palazzi.
Un anno fa erano in tanti a dire che, vista la situazione di emergenza, la democrazia era un lusso che non potevamo più permetterci, dopotutto la democrazia nessuno è mai riuscito a metterla in mezzo al pane, no?
E’ vero, la democrazia non si mangia, ma la storia insegna che nei paesi in cui la democrazia è stata trattata come l’abbiamo trattata noi alla lunga anche pane e companatico ne hanno risentito. E l’Italia non ha fatto eccezione: un anno di governo di tecnici eletti da nessuno ci consegna un paese precipitato in recessione,  un’economia sepolta sotto una valanga di tasse e un pareggio di bilancio che, malgrado i ripetuti salassi, non è neanche in vista.

Ci sarebbero state mille occasioni per “rompere”, o almeno per prendere le distanze, in questi tredici mesi di guerra dichiarata all’economia privata, dal commercio alla piccola impresa, con la ciliegina finale del salatissimo saldo IMU servito come antipasto del pranzo di Natale, che darà il colpo di grazia anche alle speranze di una boccata d’ossigeno festiva dei consumi. Ennesimo, ma forse non ultimo, colpo di genio del governo bocconiano che una ne fa e cento ne sbaglia.
Mille occasioni. Ma per assistere al cambio di linea del Pdl abbiamo dovuto aspettare che tale Corrado Passera da Como pronunciasse frasi poco amichevoli nei confronti di Berlusconi.
Si doveva farlo prima. Si doveva farlo per un motivo migliore. Non certo per rispondere al chiacchiericcio mattutino di un futuro signor nessuno, che passerà alla storia solo per essere stato il ministro dello sviluppo economico dell’unico governo della storia repubblicana a non aver conosciuto nemmeno un trimestre isolato di crescita nel corso del suo mandato.

Si è temporeggiato per rincorrere il “signor Casini” (Pierfurbi per gli intimi) e la chimera della ricomposizione dei moderati. Eppure bisognava aver capito da un pezzo che Casini non è in cerca di scelte di campo. A Casini interessa un sistema in cui il centro possa di volta in volta allearsi a urne chiuse con chi vince senza mai uscire dalla stanza dei bottoni. Per farla breve: a Casini interessa Casini, e qualunque sia la dote di voti a sua disposizione è meglio lasciare che sia un problema di qualcun altro.
Proprio Pierfurbi ieri, in piena trance montiana, ha citato a memoria un vecchio adagio del "professore in capo" giusto giusto di un anno fa: Prima di Monti l’Italia rischiava di non poter più pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici.
Pericolo scongiurato. Peccato che per lasciare tutto com’era in una pubblica amministrazione che con tutta evidenza non serve a dare servizi agli amministrati, ma stipendi agli amministratori, oggi contempliamo uno scenario post bellico in cui ci sono quasi 600.000 disoccupati in più rispetto ad un anno fa.

Ma non sono questi i numeri che fanno notizia. Ieri all’improvviso si è tornati a parlare dello spread, salito da 311 a 327 in 24 ore. “Segno che senza Monti sull’Italia tornerà la bufera” hanno sentenziato i soliti analisti senza nome, quelli che un anno fa ci avevano assicurato un calo secco di 100-200 punti del temuto indice non appena Monti avesse varcato la soglia di Palazzo Chigi, gli stessi che hanno poi assistito in sonnacchioso silenzio alla sua permanenza sopra quota 500 fino ad estate inoltrata e che oggi profetizzano catastrofi per un’oscillazione di una quindicina di punti.

Si vada alle elezioni. Lo si faccia il prima possibile, siamo già in ritardo di un anno.
Il centrodestra queste elezioni le perderà perché fino a ieri non ha fatto niente per vincerle. Il successore di Monti facilmente riuscirà a fare anche peggio di lui. Ma è meglio un cattivo premier votato dal popolo che uno  scadente, o appena passabile, scelto per concorso.
Prima di parlare di vincere le elezioni c’è da ritrovare la propria identità. E c’è da dire qualcosa di liberale, già che ci siamo.

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venerdì 30 novembre 2012

Nemico Pubblico



Monti ha salvato l’Italia. Scommetto che l’avete già sentita.     Giusto un anno fa eravamo sull’orlo del baratro greco ma oggi – sospiro di sollievo – ne siamo fuori. Tutto questo grazie al governo dei professori, sia loden a loro.
Normale quindi che qualcuno si sia mobilitato per riportare il “professore in capo” a Palazzo Chigi anche dopo il voto di Marzo. Casini, Montezemolo, ma sotto sotto non solo loro, hanno già deciso che dovrebbe essere lui  a guidare l’Italia per i prossimi cinque anni, anche senza l’incomodo di farsi votare. Insomma il governo dei tecnici doveva essere uno strappo una tantum al processo democratico, ma ad un anno di distanza per alcuni l’anomalia sono diventate le elezioni, che in fondo in fondo se si potessero evitare sarebbe quasi meglio, si risparmierebbe anche un bel po' di soldi.

Perché tanto, chiunque vinca, la strada resta quella tracciata dai professori, il nuovo Totem si chiama “Agenda Monti” che deve proseguire anche nella prossima legislatura e chi dice il contrario è un irresponsabile. L’agenda Monti nessuno l’ha letta e nemmeno mai vista, ma è già il programma del prossimo governo.
In sostanza siamo passati dal “tutto tranne Berlusconi” al “tutto purché ci sia Monti”, avevamo un nuovo padre della Patria in casa e non ce n’eravamo accorti. D’altronde quando ti capita di salvare l’Italia è il minimo della riconoscenza.

Ma si è mai visto un salvataggio in cui l’unico a non sentirsi meglio è il presunto salvato? Se vuoi sapere come sta una persona gli misuri il colesterolo, oppure la pressione. Dati oggettivi, numeri, che salgono o scendono, migliorano o peggiorano. Se la cura funziona lo capisci da lì. Il paziente Italia è l’unico caso clinico conosciuto in cui si giudica la bontà della cura della reputazione del medico senza nemmeno fare le analisi al malato.
Perché tra i mille discorsi sul sesso degli angeli che dividono ferocemente la politica nostrana i grandi assenti sono i cosiddetti fondamentali. A poco più di tre mesi dalle elezioni non si sente parlare di PIL o di disoccupazione. Siamo in pieno consulto ma le analisi non le guarda nessuno.

Eppure la cartella clinica è pubblica:
Un anno fa, quando avevamo un piede nella fossa, il nostro PIL aveva rallentato, di molto, rispetto al 2010, ma su base annua cresceva ancora dello 0.4%. Oggi, dopo un anno di governo illuminato, siamo in piena recessione: il PIL è a -2.2%. E malgrado i tanti proclami rassicuranti (che spostano invariabilmente l’inizio della ripresa al secondo semestre dell’anno successivo) resterà sottozero anche nel 2013. Bel colpo.
Un anno fa, prima che Monti venisse a salvarci, la disoccupazione era all’8.5%, oggi viaggia in doppia cifra e, notizia di poche ore fa, ha sfondato quota 11% con il numero dei disoccupati che si prepara a tagliare il traguardo dei tre milioni.

Lo spread però è sceso, dirà qualcuno. Vero, ma non certo per merito di SuperMario e dei suoi compagni di cordata. Alla fine di Luglio, quando il governo di salvezza nazionale era già insediato da 8 mesi, eravamo ancora ben oltre la soglia di guardia, a quota 530 per l'esattezza. Se oggi l'emergenza si è raffreddata è solo grazie al varo del fondo salvastati europeo, che ha fatto scendere nella stessa misura (circa 200 punti) anche lo spread dei Bonos spagnoli. O vogliamo credere che l'Agenda Monti sia tradotta anche in spagnolo?

Ciliegina sulla torta: pochi giorni fa l’Ocse ci ha informati che i nostri consumi privati hanno avuto il peggior  tracollo mai visto nel nostro paese dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. E questi in effetti sembrano davvero i numeri di un guerra, dove però il "nemico" (sempre in senso metaforico) ce l’abbiamo in casa e insistiamo anche per dargli le chiavi per restarci.
Il luminare ha operato. L’operazione è riuscita, i colleghi applaudono. Il paziente purtroppo è morto, ma nessuno l’ha ancora avvisato, quindi ufficialmente è in salute.

Che sarebbe finita così l’avevano previsto in tanti (anche questo blog). Non che sia un gran merito,  non ci vuole il Nobel per l’economia, e nemmeno una cattedra alla Bocconi, per capire che una politica recessiva porta alla recessione.
E non serviva la sfera di cristallo nemmeno per prevedere che, malgrado questo bagno di sangue, avremmo mancato anche gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici. A oggi il pareggio di bilancio nel 2013 è lontano di diversi miliardi di euro (rapporto deficit/Pil stimato al 2.9% alla fine del 2013 sempre secondo l’Ocse). I conti non tornano e non possono tornare perché una cura fatta solo di tasse taglia la testa alle imprese e stacca la spina ai posti di lavoro di migliaia di persone, gente che se avesse potuto continuare a lavorare oggi pagherebbe le tasse allo stato, invece è a spasso e versa all'erario Euro 0.00, loden o non loden.

Il mondo oggi non pasteggia con caviale e champagne, ma non siamo nel 2009, non c’è la scusa della recessione globale. Oltre alla “solita” Cina, la Germania cresce, gli USA crescono (poco ma crescono), la Gran Bretagna cresce. L’area Euro presa tutta intera va su e giù intorno allo zero, ma noi il nostro segno meno ce lo siamo guadagnati da soli con una politica che, nella miglior tradizione del Bel Paese, ha deciso di far pagare il conto solo all’economia privata rifiutando ogni seria ipotesi di taglio strutturale della spesa pubblica. Il motto è “tassa di più per poter spendere come prima” e tutto questo con l’appoggio di un partito cosiddetto liberale che ancora si chiede perché i suoi consensi si siano dimezzati negli ultimi 12 mesi.

L’Agenda Monti è il diario di un anno tra i peggiori che l’Italia ricordi, ma nel 2013, con le elezioni alle porte e un polo liberaldemocratico quasi completamente dissolto, rischiamo di trovarcene sul tavolo una addirittura peggiore.
Intanto questo esecutivo ha munizioni ancora per quattro mesi. La guerra continua.

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martedì 18 settembre 2012

Debolezza di Costituzione





Il ritorno in campo, o forse sarebbe meglio dire il ritorno in acqua, di Berlusconi era talmente annunciato che non ha sorpreso nessuno. Così come le reazioni del giorno dopo.
Berlusconi è stato l’elemento polarizzante della politica italiana degli ultimi 18 anni. I ruoli del pro e dell’anti-Cav ormai si recitano a memoria. Con Berlusconi di nuovo in campo tanti attori rimasti per mesi senza battute, da una parte e dall’altra, sapranno finalmente cosa dire.

Berlusconi ancora leader del centrodestra italiano non è una bella notizia, non per l’uomo in sé, ma perché certifica l’incapacità di quest’area politica di proporre una guida diversa senza rischiare di scomparire.
E’ improbabile che Berlusconi torni per fare di nuovo il Premier, difficilmente potrà avere i numeri  per vincere le prossime elezioni e garantirsi una maggioranza autonoma alla Camera e al Senato. L’idea è probabilmente quella di rimotivare la base per evitare di ripetere il disastro delle ultime amministrative, e avere il maggior peso possibile nel prossimo parlamento in cui la maggioranza al Senato potrebbe non averla nessuno.

Comunque si giudichi il personaggio almeno una delle cose uscite fuori da quella nave da crociera va presa molto sul serio: l’Italia ha davvero bisogno di cambiare la sua Costituzione. Berlusconi l’aveva già detto e non è stato il primo a farlo, ci hanno già provato in tanti, hanno fallito tutti.
Dagli anni ’90 in poi ci siamo auto convinti di essere entrati nella Seconda Repubblica, suonava così bene da sembrare vero. Il bipolarismo ci ha illusi di poterci addirittura scegliere il Premier, ma nella realtà i nostri meccanismi istituzionali sono ancora gli stessi del dopoguerra.
Gli ultimi dodici mesi, che hanno visto andare al governo del paese dei tecnici votati da nessuno, per chiamata diretta da parte di un Presidente della Repubblica designato da un parlamento di nominati, ci hanno riportati alla realtà: L’Italia è democratica per sentito dire, scimmiotta le democrazie evolute finché la barca va, ma al momento opportuno è pronta a mettere tutto in soffitta e a farlo con il più ampio consenso parlamentare della storia Repubblicana.

Il fatto che a più di sei mesi dalle prossime elezioni qualcuno pensi di poter già designare il prossimo capo del governo dimostra quanto poco il popolo sia sovrano nei fatti, e quanto le elezioni siano ancora, per alcuni, uno scomodo passaggio obbligato da archiviare il giorno dopo.
Perché vincolarsi per cinque anni alla monotonia di una scelta di legislatura e tarpare le ali alle fantasiose dinamiche del nostro parlamentarismo? Nei palazzi romani la creatività italica esprime il meglio di sé a suon di ribaltoni, maggioranze variabili, cambi di casacca in corsa, rimpasti, crisi al buio, alla penombra, al lume di candela.
Vogliamo davvero privarci di tutto ciò per un concetto così volatile e astratto come il rispetto della volontà popolare? La volontà popolare qualcuno l’ha mai vista per strada?
Gli impegni a lunga scadenza non fanno per noi. Mani libere e vediamo che succede, questo è il costume nazionale. D’altronde se siamo un paese che inizia le guerre da una parte e le finisce dall’altra un motivo ci sarà.

Questo è il primo ostacolo al cambiamento in Italia, al cambiamento vero, non a quello buono per gli slogan d’occasione. Diciamolo chiaro: chiunque vinca le elezioni in questo paese può sperare al massImo di spostare gli zero-virgola da una colonna all’altra.
La facoltà di decidere in Italia è talmente frazionata in decine di piccoli e grandi centri di potere da aver praticamente smesso di esistere: sindacati, confindustria, magistratura, associazioni, corporazioni, banche, un’infinità di livelli istituzionali, tutti con qualcosa da difendere e con qualcosa da dire. Tutti consapevoli che il Premier di turno è un impiegato a tempo con il contratto da rinnovare in parlamento ogni tre mesi, il primo esempio di lavoro precario che abbiamo inventato in Italia. Ha il potere di proporre educatamente quello che la sua (sempre variegata) maggioranza gli consente, ma se alza la voce basta una bella mozione di sfiducia e l’incomodo è tolto.
Un Premier in Italia può sperare di portare avanti un progetto solo se trova su di esso il consenso pressoché unanime di persone che di norma non vanno mai d’accordo tra loro. Il che significa un perenne compromesso al ribasso in cui si decide di non decidere, ma lo si fa tutti d’accordo, così funziona la concertazione.

In poco più di sessant’anni l’Italia ha avuto 61 governi, nessuno è mai arrivato alla scadenza naturale della legislatura e 34 sono durati meno di un anno. Il primo problema di un Premier in Italia non è quello di governare, è quello di sopravvivere.

Negli USA si vota per la Camera e il Senato il primo martedi di novembre degli anni pari e il Presidente giura puntualmente a Capitol Hill il 20 gennaio ogni quattro anni, ci potete rimettere gli orologi.
Una democrazia vera è quella in cui chi vince le elezioni governa con la forza di chi il mandato l’ha  ricevuto dal popolo, non dai partiti e partitini della sua maggioranza che possono tenerlo sotto ricatto, e non ha bisogno di ulteriori legittimazioni fino alle elezioni successive.
E al termine naturale del suo mandato si ripresenta davanti agli elettori che decideranno se ha fatto bene o ha fatto male.

L’Italia non somiglia nemmeno da lontano a questa descrizione, e non basta cambiare le maggioranze e nemmeno gli uomini per sperare di poter risolvere i problemi che ci portiamo dietro da decenni, perché è la nostra stessa architettura istituzionale ad impedirlo a chiunque ci provi sul serio, e a dare un valido alibi a chi voglia solo fingere di farlo. E’ una debolezza di sistema. Una debolezza di Costituzione.


Domani si torna a parlare di America (e se volete un esempio di cattivo giornalismo in materia cliccate qui)

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martedì 17 aprile 2012

Il Nemico Pubblico




Siamo nei guai”, così Bersani ha commentato i dati dell’ultimo sondaggio Swg che dà il movimento 5 stelle di Beppe Grillo sopra al 7%.
Siamo nei guai caro Bersani, hai ragione, ma l’antipolitica, quella che “spazza via tutti”, non è la causa del male, bensì una delle sue conseguenze più prevedibili.
Mai era successo di parlare con persone di estrazioni e condizioni sociali lontanissime, nonché di idee politiche diverse se non opposte e sentirsi dire sempre di più la stessa cosa: ci stanno succhiando l’anima (comunemente si direbbe “succhiare il sangue”, ma in molti casi il sangue è  finito e ci si attacca all’etereo, almeno per chi ci crede).

La politica del governo Monti, per quanto si è visto in questi 5 mesi, è di quelle tipiche che in altre epoche storiche gli stati “conquistatori” adottavano nei confronti dei popoli sottomessi con la forza, popoli di nazioni ritenute ostili.
Il succo è che lo Stato, questo Stato, rappresentato da questo governo e da questa politica, rappresentante del “pubblico” nelle sue varie emanazioni, è oggi a tutti gli effetti un nemico del popolo le cui sorti è chiamato ad amministrare.
E in uno scenario simile tutto ciò che viene visto e vissuto come “anti” acquista immediatamente attrattiva. Anche se non ha niente di utile o di ragionevole da proporre come alternativa. Anche se si chiama Beppe Grillo.

Una volta le guerre tra stati “avanzati” si combattevano con le baionette o con i carri armati, nell’Europa di oggi governi di paesi sovrani (tra i quali tristemente anche l’Italia) sono stati deposti e rimpiazzati con l’arma della finanza, di quei “mercati” di cui tutti parlano cercando di piegarne le logiche alle proprie convenienze di bottega, ma che in fondo nessuno dimostra di capire e di cui pochi sono in grado di influenzare consapevolmente scelte e umori.
Oggi al posto di quei governi, certamente non esenti da colpe ma con il pregio di essere il prodotto di libere elezioni e di rispondere al popolo che li aveva votati, siedono tecnocrati eletti da nessuno e scelti nel chiuso di qualche salotto, che agiscono non si capisce bene in nome, e soprattutto per conto e nell’interesse di chi.
Lungi da questo blog indulgere in tesi complottiste, ma è sotto gli occhi di tutti che mentre l’Italia, dopo diverse decine di miliardi di manovre lacrime e sangue, si ritrova oggi a vendere i suoi titoli di stati ad interessi da suicidio (vedendo sia il famigerato spread, che il valore del proprio mercato azionario, tornare ai livelli dello scorso autunno) la Germania i suoi titoli li piazza a poco poco più dell'1%, mettendo al sicuro il proprio rating dopo la preoccupante asta dei Bund dello scorso novembre.
A chi sta convenendo la politica recessiva e depressiva che si sta conducendo in alcune aree dell’eurozona?

Non è certamente all’Italia che la politica del governo Monti conviene.
Il male italiano è il debito pubblico messo insieme negli anni ‘80 con la politica del tassa e spendi, che si legge “tassa tanto e spendi di più”, risultato: per quanti soldi tu possa mettere in cassa il bilancio sarà  sempre più in rosso: 2000 miliardi di euro è l’ultima stima del debito, 32,000 euro sulla testa di chiunque viva nel belpaese, neonati inclusi.
La risposta del nostro governo alla crisi del debito qual è stata? La parola sulla bocca di tutti è “riforme”, ma la linea tenuta fin qui, quando si è trattato di “cassa”, è stata all’insegna di una continuità quasi perfetta con la logica che ci ha portato a questi numeri da precipizio.
Il professor Monti ha detto all’alba del suo mandato di non voler vedere l’Italia sempre e solo come fanalino di coda dell’Europa, e su una cosa ci è riuscito, oggi abbiamo qualcosa che perfino gli scandinavi possono invidiarci: le tasse, sempre state alte da queste parti ma arrivate oggi a livelli da far impallidire perfino Svezia e Finlandia.
Per contro il ministro Giarda si rallegra del fatto che grazie alla tanto sbandierata “spending review” la spesa pubblica non aumenterà. Di tagliarla naturalmente non se ne parla nemmeno, quindi non aspettatevi tesoretti, spiacente, chiedete altrove.

Siamo passati dal “tassa tanto e spendi di più” al “tassa di più per spendere come prima”. Questa sarebbe la politica coraggiosa che avrebbe dovuto restituire futuro e orgoglio agli italiani?

Se l’Italia ha un problema di debito non è certo per una carenza di gettito, ma per le dimensioni abnormi di una spesa statale che è la vera anomalia di questo paese. Per mantenere intatta questa anomalia e continuare a tenere in piedi, senza farla dimagrire nemmeno di un grammo, una macchina dello stato elefantiaca che vive esclusivamente per mantenere se stessa e non per offrire servizi a chi la paga, questo governo sta letteralmente macellando interi settori della nostra economia privata, facendo cose che nessuno si era mai sognato di fare.
Chi ha capito, nei limiti della confusione che la circonda, come funzionerà e su cosa si applicherà l’IMU, rivista e corretta dagli illustri cattedratici che siedono intorno al tavolo di Palazzo Chigi, sa che in confronto le politiche  di Vincenzo Visco (“Dracula” per gli intimi) negli anni di Prodi erano degli esempi di reaganismo.

Tutto questo per cosa? A poco serve aumentare le aliquote, rivalutare le rendita catastali, inventarsi una tassa nuova al giorno (le ipotesi recenti sulla benzina e gli sms sono esempi di una fantasia che pare non conoscere limiti e che forse non ci ha ancora mostrato il “meglio” di sé)  se poi le aziende e le attività autonome piccole e grandi, che già non se la passavano bene, finiscono col restarne definitivamente strangolate e alzano bandiera bianca.

Alla Bocconi forse nessuno l’ha spiegato di recente, ma un imprenditore non va a chiedere i soldi in banca per pagare le tasse allo Stato. Preferisce chiudere o, in casi sempre meno estremi visto il loro continuo aumento, suicidarsi.
E le imprese chiuse (così come gli imprenditori morti) di tasse pagano euro 0.00, qualunque siano le aliquote stabilite nei palazzi romani.
Ci pensi il professor Monti nelle sue lunghe sere passate a fissare il pallottoliere.

E ci pensino anche tutti quelli che sostengono in parlamento questo governo, a cominciare da quello schieramento di centrodestra, finalmente (?) ricompattato sotto insegne che niente hanno a che vedere con le politiche liberali.

Ci pensino, altrimenti alle prossime elezioni certamente non voteremo per Grillo, ma, se lo mettano bene in testa, nemmeno per loro.


martedì 15 novembre 2011

Visti da Marte


Ah l’Italia, quante sorprese ci riserva. Immersi come siamo nella varia umanità che ci circonda rischiamo di dare per scontate cose che normali non sono e delle quali solo noi italiani, insieme a pochi altri nel mondo, possiamo bearci.
Qualcuno che ci osservasse dallo spazio probabilmente troverebbe di che stupirsi vedendo quello che succede in queste ore nel belpaese.

Finalmente stiamo per avere un governo di professori, di gente che sa quello che fa e fa quello che sa. L’effetto Monti sui mercati per ora non si vede, ma sui giornali il clima è già cambiato: “il nuovo premier veste benissimo e non racconta barzellette”. Una svolta. 
Insomma abbiamo risolto i nostri problemi. Per anni abbiamo sprecato il nostro tempo blaterando di riforme che ammodernassero lo stato, quando in realtà la soluzione ai mali dell'Italia era un semplice, banale, ritorno ad una pseudo Monarchia Costituzionale/Parlamentare, con il capo del governo stabilito a totale discrezione dal Capo dello Stato. Avessimo studiato di più Carlo Alberto ci saremmo arrivati prima.
Ma…agli abitanti della Terra non pare un po’ strano che quelli che oggi collezionano le figurine di Monti e soci siano gli stessi che fino all’altroieri scendevano in piazza per denunciare che l’Italia era un paese senza democrazia? O che nei collegamenti esterni delle trasmissioni “intelligenti” si coprivano il viso per la vergogna perché “quello che succede da noi non potrebbe accadere in nessun altro paese occidentale”?
Qualcuno di recente ha avuto notizie di governi tecnici in Gran Bretagna? In Francia? In Germania? Negli Stati Uniti?....o anche in Spagna?

E agli abitanti della Terra non pare altrettanto strano che chi parla di riportare dignità nelle istituzioni sia stato avvistato (fotografato e ripreso) sabato sera in una piazza romana intento in pubbliche e ripetute esecuzioni del famoso gesto dell’ombrello?

Ma non è più tempo di polemiche, è l’ora delle larghe intese, di responsabilità, di concordia. E Monti è l’uomo giusto perché “non è mai stato coinvolto nella dialettica politica di questi anni”.
Bene, ma, una domanda: abbiamo sospeso anche il parlamentarismo oppure il governo avrà bisogno dei voti dei partiti politici per far diventare leggi i suoi provvedimenti?
Agli abitanti della Terra non pare improbabile che gente che normalmente si prende a ceffoni anche sul fatto che fuori sia giorno o notte riesca a trovare un accordo su temi delicati come le pensioni, la patrimoniale e il mercato del lavoro?
Quante reali possibilità ci sono che una maggioranza così “variegata” riesca a compattarsi su terreni dove  coalizioni ben più omogenee si sono sempre divise autocondannandosi alla paralisi?
Basterà davvero la paura dello spread a fare il miracolo? O potrà di più la paura del 2012? Intesa non come data della predetta fine del mondo, ma come quella di possibili elezioni, che comunque al più tardi si terranno l’anno successivo?
E, agli abitanti della Terra, la richiesta dei partiti di non includere politici nell’esecutivo (con motivazioni che oscillano tra il poco credibile e l’umoristico) non pare già una presa di distanza preventiva da un governo che, da qui al momento di andare alle elezioni, rischia di diventare talmente impopolare da spingere quegli stessi partiti a fare a gara a dire “io non c’entravo”?

Non sarà che all’improvviso ottimismo che da 48 ore riempie le penne degli editorialisti manca qualche diottria? E che magari, a guardare bene, la situazione di roseo ha poco se non  niente?

Si dice che alla notizia dell’incarico a Monti il primo commento di Bersani sia stato “Berlusconi si deve dimettere!”.
Se davvero avremo le larghe intese il PD dovrà assumere qualcuno per riscrivere i testi dei comunicati. E così con il nuovo governo un posto di lavoro l’avremo già guadagnato. Diavolo d’un Monti…

venerdì 11 novembre 2011

Dall'alto dei Monti

E così sta per esserci servita la prelibatezza raffinata del governo tecnico, condita con salsa di larghe intese e una spruzzata di emergenza nazionale. Roba per palati fini.
Non è la prima volta che il Governo Monti spunta come possibile toccasana per le perenni crisi di mezza legislatura della politica italiana, ma stavolta ci siamo, lo scenario è di quelli ideali, i palazzi romani lo hanno fiutato e non molleranno la presa.

Ecco in sintesi quello che sta succedendo:
Un ex senatore a vita (quindi una stimabilissima persona che sedeva in parlamento senza che nessuno lo avesse votato per starci, almeno in quella legislatura), scelto in seguito dai partiti per fare il Presidente della Repubblica, sta per conferire l’incarico di presiedere il governo ad un eminente professore, a sua volta appena entrato nel club dei senatori a vita senza che anima viva l’abbia mai votato, né in questa né in altre legislature.
Il tutto con il plauso pressoché unanime della politica “per bene” e dei giornaloni tutti.
Non male per un paese in cui uno degli sport nazionali degli ultimi 5 anni è stato quello di definire “illegittimo” il parlamento in quanto fatto da nominati e non da eletti.

Mario Monti è un personaggio rispettabile e capace, e se riuscisse a formare questo governo di responsabilità nazionale, o come diavolo lo volete chiamare, potrebbe anche essere il miglior Premier della storia repubblicana (salvo poi trovarsi, come tutti quelli che lo hanno preceduto, a dover scendere a compromessi al ribasso con le forze parlamentari che lo sostengono), ma questo non cambia il fatto che quello che sta avvenendo all’ombra del Colle sarebbe roba da marziani in qualunque paese dove “democrazia” non è solo una parola buona per coniare slogan da manifesto elettorale.

Provate ad andare negli Stati Uniti e a dire ad un cittadino medio scelto a caso che il suo Presidente sta per essere rimpiazzato, non dal suo vice (quindi a sua volta eletto), ma da signore che si, è vero, è sconosciuto ai 9/10 della popolazione del suo paese, però ha le pareti dello studio piene zeppe di attestati di stima incorniciati provenienti da mezzo mondo. Insomma tu magari non l’hai mai sentito nominare, ma guarda che all’estero lo conoscono tutti!
Non importa che quel cittadino medio sia un Repubblicano o un Democratico, vi guarderà come se foste una specie di golpista e, se avrete la fortuna di non essere presi troppo sul serio, vi farà una bella risata in faccia.

Certo gli americani il loro Presidente se lo eleggono, non come noi che abbiamo una Costituzione fatta apposta per lasciare al Capo dello Stato e al parlamento ampi spazi per “correggere” a posteriori i compiti che quegli sprovveduti degli elettori italiani puntualmente sbagliano dentro la cabina elettorale. Ragazzacci, ma quando imparerete a votare le persone giuste? Bisogna proprio insegnarvi tutto.
Ed è proprio quello che sta succedendo in queste ore: lo scenario che pare delinearsi è quello di un governo calato dall’alto, senza nessuna legittimazione popolare, ma con percentuali di adesione bulgare tra gli editorialisti.
E si sa che per chi vive nei palazzi la realtà è quella che si legge sui giornali, quindi va benissimo così: magari il film non lo andrà a vedere nessuno ma per la critica sarà un successo.

In tutto questo fanno sempre più tenerezza quei transfughi del PdL che hanno fatto mancare il loro voto al governo vaneggiando di ipotetici esecutivi di centrodestra, rispettosi del risultato elettorale del 2008 ma allargati ai centristi, e che adesso stanno per incassare il bel risultato di trovarsi in maggioranza con Bersani e Francheschini e l’appoggio esterno (sebbene a tempo) di Vendola. Per fare cosa poi? Oltre a farsi la guerra a vicenda (in vista di una campagna elettorale che comunque presto sarà alle porte) non è dato saperlo.
Bel colpo, dalla Carlucci ad Antonione ne avevamo di statisti in sonno, forse troppi per una maggioranza sola…

Uno spettacolo ancor più triste se si considera che, visto come sono andate le cose, forse in questo momento davvero non abbiamo alternative.
In Grecia da ieri hanno un Premier ex banchiere della BCE, noi forse da dopodomani avremo un capo dell’esecutivo bravissimo, ma del quale la gente, il cosiddetto popolo sovrano, non conosceva nemmeno il suono della voce prima delle interviste di repertorio dei TG di ieri sera. Ecco a che punto sta la nostra sovranità popolare.

Per fortuna tra un paio di mesi si parte sul serio con la campagna presidenziale negli Stati Uniti: un po’ di democrazia vera, anche se vista e respirata a distanza, fa sempre bene alla salute.