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venerdì 23 novembre 2012

Killing Rubio




Tattica  che  vince  non si   cambia.  La  scorsa  estate,    mentre   i   repubblicani confezionavano  la convention   che  avrebbe   consegnato   a   Mitt  Romney la nomination ufficiale del GOP, il team Obama gli stava già sganciando in testa l’arma-fine-del-mondo, sotto forma di   una   valanga  di spot da decine di milioni di dollari mandati in onda per settimane  negli stati in bilico, mentre network TV, giornali e internet facevano da cassa di risonanza.
Il candidato repubblicano ne usciva, a seconda delle occasioni, come un plutocrate, un affamatore di lavoratori, un nemico delle donne e, dulcis in fundo, come un assassino, se non volontario almeno colposo.
I numeri del voto nei swing states chiariscono molto meglio di tante parole quanto la campagna obamiana sia riuscita a mettere al sicuro la rielezione del presidente puntando prima di tutto sui voti che contavano e la propaganda anti-Romney (rimasta senza risposta fino al mese di settembre) ha avuto la sua parte nella buona riuscita dell’operazione.

Il prossimo giro delle presidenziali è tra più di 200 settimane, ma c’è già chi ci sta pensando, sia di qua che di là.
Nel campo repubblicano il nome sulla bocca di tutti è quello di Marco Rubio: senatore da appena due anni, quindi non ancora compromesso con il “potere corrotto” di Washington, ha fatto il miglior discorso della convention di Tampa (qualcuno ricorda la “nascita” politica di Barack Obama, prima di essere eletto senatore, alla convention democratica del 2004?)  e soprattutto è un ispanico, uno che infila regolarmente frasi in spagnolo nei suoi discorsi. E nessuno può accusarlo di farlo per ruffianeria, perché semplicemente quella è la sua lingua.

Ne succederanno tante da qui al 2016, ma a oggi Marco Rubio sembra la carta migliore che il GOP puossa giocarsi per ricucire lo strappo con un elettorato, quello ispanico appunto, che lo scorso 6 novembre ha portato alle urne quasi 13 milioni di persone che si sono schierate con Obama 71 a 27 con un saldo attivo per il presidente di oltre di 6 milioni di voti.
Nel 2004 erano meno di 10 milioni e Bush ne conquistò il 44%, contro il 53% di Kerry, con una differenza di “solo” 1 milione di consensi.

Obama è lui stesso espressione di una minoranza ed è tutto da dimostrare che il prossimo nominato democratico possa viaggiare su percentuali simili alle sue tra afro-americani, asiatici e ispanici, ma è chiaro che il GOP ha un problema da risolvere e se non lo fa in fretta la demografia gli renderà la strada verso la Casa Bianca sempre più in salita. Con uno come Rubio sarebbe da subito meno ripida.
Se ne sono accorti anche i liberal che stanno già oliando gli ingranaggi della macchina ammazza-Romney rivista e corretta per l'occasione, e hanno iniziato a scaldarsi questa settimana saltando letteralmente addosso a Rubio dopo questa intervista a GQ, dove all'improvviso è saltata fuori questa domanda:

"GQ: How old do you think the Earth is? 
Marco Rubio: I'm not a scientist, man. I can tell you what recorded history says, I can tell you what the Bible says, but I think that's a dispute amongst theologians and I think it has nothing to do with the gross domestic product or economic growth of the United States. I think the age of the universe has zero to do with how our economy is going to grow. I'm not a scientist. I don't think I'm qualified to answer a question like that. At the end of the day, I think there are multiple theories out there on how the universe was created and I think this is a country where people should have the opportunity to teach them all. I think parents should be able to teach their kids what their faith says, what science says. Whether the Earth was created in 7 days, or 7 actual eras, I'm not sure we'll ever be able to answer that. It's one of the great mysteries."


"GQ: Quanti anni pensi che abbia la Terra?
Marco Rubio: Non sono un scienziato. Posso dirti cosa dice la storia, posso dirti cosa dice la Bibbia, ma penso ci sia un confronto tra I teologi e credo che la cosa non abbia niente a che vedere con il prodotto interno lordo o la crescita economica degli Stati Uniti. Penso che l’età dell’universo non abbia niente a che vedere con i modi per far crescere la nostra economia. Non sono uno scienziato. Non credo di essere qualificato a rispondere a domande del genere. Alla fine penso ci siano molte teorie su come l’universo sia stato creato e credo che questo sia un paese in cui ci debba essere la possibilità di insegnarle tutte. Credo che i genitori debbano poter insegnare ai loro figli cosa dice la  loro fede e cosa dice la scienza. Se la Terra sia stata creata in sette giorni o in sette ere, è una domanda a cui non sono sicuro che saremo mai in grado di rispondere. E’ uno dei grandi misteri."

Una risposta “politica” che non vuole scontentare nessuno, e oggettivamente non una gran risposta. Ma, prima di scatenarsi con la storiella imparata a memoria dei repubblicani nemici della scienza, i media e i blog liberal avrebbero dovuto ricordarsi cosa disse nel 2008 l’allora senatore Barack Obama, ancora in pieno derby di primarie con Hillary Clinton, quando gli venne chiesto “Se una delle tue figlie ti chiedesse ‘Papà, Dio ha davvero creato il mondo in sei giorni?’ cosa risponderesti?”




Basta andare al minuto 2:28 per sentirgli rispondere:
“I believe that God created the universe and that the six days in the Bible may not be six days as we understand it … it may not be 24-hour days, and that's what I believe. I know there's always a debate between those who read the Bible literally and those who don't, and I think it's a legitimate debate within the Christian community of which I'm a part. My belief is that the story that the Bible tells about God creating this magnificent Earth on which we live—that is essentially true, that is fundamentally true. Now, whether it happened exactly as we might understand it reading the text of the Bible: That, I don't presume to know.”


“Penso che Dio abbia creato l’universo e che i sei giorni della Bibbia possano non essere sei giorni come li intendiamo…potrebbero non essere giorni di 24 ore, questo è quello che credo. So che c’è sempre un dibattito tra chi legge la Bibbia letteralmente e chi non lo fa e penso sia un dibattito legittimo nella comunità Cristiana di cui faccio parte. Quello che credo è che la storia raccontata dalla Bibbia su Dio che crea questa magnifica Terra dove viviamo sia essenzialmente vera.  Che sia fondamentalmente vera. Ora, se sia avvenuto esattamente come possiamo capirlo leggendo il testo della Bibbia  è una cosa che non oso pensare di sapere.”

E basta continuare a guardare per qualche altro secondo perché spunti fuori anche qui la parola "mistero".
Vi piace il gioco “trova le differenze” della “settimana enigmistica”? Accomodatevi.
Il cerchiobottismo di comodo sui temi “sensibili” non ha colore politico, con buona pace di chi va a caccia di stereotipi. E la partita per il 2016 è già iniziata.

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venerdì 16 novembre 2012

Swing States: I Voti che Contano




Le presidenziali americane si giocano su cinquanta Stati, più il Distretto di Columbia: 120, 130 milioni di elettori attivi “spalmati” su 3 fusi orari.
Questa è la teoria. La pratica invece è che si vince e si perde su non più di una decina di stati, dei quali solo quattro o cinque di volta in volta decisivi. La maggior parte degli altri stati nemmeno vede l’ombra dei candidati durante la campagna elettorale. California e Texas sono buoni per la raccolta fondi, ma i voti che contano sono solo quelli dei swing states.
Florida e Ohio sono ormai swing states quasi per costituzione, altri entrano ed escono dalla categoria a seconda che sia il candidato democratico o quello repubblicano a giocare in difesa.
Nel 2012 la lista ufficialmente includeva undici nomi: Virginia, North Carolina, Ohio, Florida, New Hampshire, Pennsylvania, Colorado, Michigan, Wisconsin, Iowa e Nevada. Una gara nella gara con un "montepremi" di 40 milioni di voti.

In questo “micro-paese” il calo dell’affluenza è stato dell’1.49%, contro il quasi 6% della media nazionale. Obama ha un calo di consensi dimezzato, da -10% a -5%, mentre Romney trasforma il suo segno meno nazionale in un + 3%.
A guadagnarci però è il Presidente, che vede il suo vantaggio salire al 3.5%, rispetto al 2.8% circa della media nazionale. Parrebbe poca cosa, ma se si guardano i numeri stato per stato ci si accorge di quanto in realtà questo miglioramento sia stato selettivo e in gran parte concentrato solo dove contava davvero.

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Romney ha realizzato il suo massimo guadagno relativo in stati come il Michigan, la Pennsylvania, il Wisconsin e il Nevada, ovvero negli unici, tra quelli citati, in cui nel 2008 Obama aveva vinto con distacchi a doppia cifra e anche quelli meno toccati dalle incursioni dei candidati, dalla pioggia di spot e dal ground game “intensivo”.

La fermate dei candidati nell'ultimo mese di campagna. Fonte Fox News
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In Michigan il calo dei votanti è stato in linea con la media nazionale, ma mentre Obama rispetto al 2008 ha avuto uno smottamento di oltre 300,000 voti, Romney ne ha guadagnati 60,000 abbondanti. Tutte le contee, senza distinzioni tra zone urbane e periferiche, inclusa quella più popolosa di Detroit, hanno visto un avanzamento repubblicano (frecce rosse). Ma partendo da un distacco di oltre 800,000 voti Obama ha potuto perderne quasi la metà e mantenere quasi 10 degli oltre 16 punti di vantaggio che aveva nel 2008.

Fonte: NY Times
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Discorso simile in Wisconsin: distacco dimezzato, Obama -63,000 voti, Romney + 146,000 voti, tutte le contee con freccia rossa decisamente a destra, incluse le popolose e urbane Milwaukee e Dane (Madison), ma ancora vittoria in carrozza per il Presidente con un margine di quasi 7  punti.

Fonte: NY Times
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Il copione non cambia neanche in Pennsylvania, dove entrambi i partiti hanno visto calare i loro numeri rispetto al 2008 e Obama ha perso oltre 300,000 voti. Apparentemente ci sono delle contee con la freccia blu, in realtà anche in quelle tre Romney, pur avendo perso percentualmente di più rispetto a Obama, guadagna qualche manciata di voti sul Presidente rispetto al 2008. Nella popolosa contea “urbana” di Philadelphia il distacco si assottiglia di oltre 13,000 voti. Nell’intero stato il distacco anche in questo caso è dimezzato, da 10 a 5 punti, ma è più che abbastanza per una vittoria sul velluto blu.

 Fonte: NY Times
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La musica è diversa quando ci spostiamo nei veri battleground states, quelli con margini più risicati che Romney non poteva perdere e che quindi Obama doveva impedirgli di vincere: Virginia, Ohio e Florida.
I 7 punti guadagnati da Romney in Michigan e Wisconsin e i 5 della Pennsylvania diventano 3 in Virginia, 2.5 in Ohio e appena 1.95 in Florida.


In Ohio entrambi i partiti hanno fatto peggio che nel 2008, il calo dei consensi dei democratici è però in questo caso solo 2.3 punti peggiore di quello medio dello stato. Obama ha generato un  turnout sufficiente a limitare a poche migliaia di voti l’erosione nelle aree urbane delle contee di Hamilton (Cincinnati), Columbus e Cleveland, abbastanza per tamponare il guadagno repubblicano nel resto dello stato e vincere con appena 20,000 voti più di quelli di McCain 2008, risultato che Romney ha peggiorato di 84,000 unità.

Fonte: NY Times
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In tutta la Florida (dove votano più di 8 milioni di persone) Obama perso appena 47,000 voti rispetto al 2008 (-1.09%) e pur vedendo virare a destra la maggior parte delle contee ha tenuto nelle popolose aree di Orlando, Palm Beach e Broward invertendo addirittura la tendenza nella ultraurbana contea di Miami, dove ha raccolto 40,000 voti in più di quattro anni fa mentre il suo avversario ne ha lasciati sul campo quasi 30,000.
Saldo netto della sola contea di Miami rispetto al 2008: +68,000 Obama. Romney ha perso l’intero stato della Florida per 73,000 voti.

Fonte: NY Times
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Numeri che raccontano, molto più di quelli nazionali, l’efficacia del ground game del Team Obama, che ha “giocato” sulla mappa elettorale facendo esattamente quello di cui c’era bisogno dove ce n’era bisogno. Obama ha perso terreno, anche pesantemente, dove poteva permetterselo. Ma dove ogni voto contava la sua macchina del consenso ha generato un turnout sufficiente a permettergli di tenere o addirittura crescere. Non è un caso. Così si portano a casa 10 swing states su 11, e così si trasforma un 51-48 nel voto popolare in un 332 a 206 nel collegio elettorale.
In vista del 2016 il GOP deve imparare a confrontarsi alla pari con la macchina organizzativa democratica che, dopo la batosta del 2004, ha ridefinito il concetto stesso di controllo del territorio. Una macchina che non ha mai chiuso i suoi uffici negli stati chiave dopo l’elezione del 2008, iniziando fin dal giorno dopo a preparare il campo per il 2012. Questo è il nuovo standard, o ci si adegua o si perde. L’Orca è stato un fiasco da non ripetere e prendersela solo con la “debolezza” del candidato Mitt Romney, come fa qualcuno, vuol dire guardare il quadro e vedere solo la cornice.


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lunedì 12 novembre 2012

Sconfitta in Cinque Mosse



Com'era prevedibile la rielezione di Obama ha scatenato la caccia al colpevole nel GOP, con Romney a fare da parafulmine. Troppo moderato per alcuni, troppo conservatore per altri. Ognuno ha letto nei numeri dell’election night quello che voleva leggerci. E neanche questa è una sorpresa.

In alcuni stati ci vorranno ancora dei giorni prima di avere un conteggio definitivo dei voti, ma il quadro generale permette già di fare le prime considerazioni sui numeri:
Quello di Obama non è stato un “trionfo di popolo”: rispetto al 2008 ha perso oltre 7 milioni di voti (7.5 al momento di scrivere, ma è un dato destinato a calare nei prossimo giorni) pari all’11% del suo totale del 2008. Vuol dire che più di un elettore su dieci tra quelli che quattro anni fa lo avevano votato nel frattempo ha cambiato idea.
Obama è il primo Presidente ad essere stato rieletto con una percentuale inferiore a quella del primo mandato. E quando il conteggio sarà terminato avrà superato a fatica i 62 milioni di consensi della rielezione 2004 del vituperato George W.Bush, con la differenza che nel frattempo la popolazione USA è cresciuta di oltre 15 milioni di unità.

Non è un calo da poco. L’avessero detto ai repubblicani due settimane prima del 6 novembre sarebbe stato tutto uno stappare di bottiglie.
Ma avrebbero fatto male a brindare, perché contrariamente alle previsioni anche il GOP ha visto calare i suoi numeri rispetto a quelli del 2008. Al momento il totale nazionale di  Romney è di ben 1.3 milioni di voti (-2.1%) inferiore a quello ottenuto quattro anni fa da McCain al termine di una campagna che portò stampato in fronte il timbro della sconfitta almeno da metà settembre.
Senza sconfinare nel “balming game” questi sono alcuni dei perché:

1 - Il bagno di sangue delle primarie
Mai come quest’anno le primarie repubblicane hanno fatto il gioco dell’avversario. Romney, per vincerle, ha dovuto spingersi molto a destra su temi come ad esempio l’immigrazione, utilizzando espressioni come “self deportation” che, al di là del significato, suonano terribilmente male alle orecchie di chi appartiene ad una minoranza. Un danno mai riparato se è vero che Romney ha peggiorato il risultato già pessimo di McCain tra i latinos in tutto il sud, finendo per perdere di misura anche tra i cubani della Florida, un gruppo storicamente pro-GOP che ai tempi di Reagan votava repubblicano all’80%.
Le primarie hanno anche lasciato il team Romney con le casse vuote, mentre Obama ha potuto spendere valanghe di milioni di dollari per bombardare le tv degli stati in bilico con spot che descrivevano l’avversario come una specie di principe del male. Attacchi personali rimasti senza risposta per mesi, fino a quando Romney non ha potuto “sbloccare” i fondi della campagna nazionale, ovvero dopo la nomination ufficiale arrivata solo a fine agosto.

2 - Il “Vice”
La scelta di Paul Ryan è stata di livello e ha energizzato la campagna, ma alla resa dei conti non c’è stato l’effetto trascinamento che molti si aspettavano nel suo stato d’origine: il Wisconsin. Romney-Ryan sono stati il primo ticket presidenziale a non aver portato a casa nessuno dei rispettivi stati d’origine dal 1972. Perfino Mondale, nella sua leggendaria disfatta 49 a 1 contro Reagan, aveva salvato il suo Minnesota. Certo, Massachusetts e Wisconsin era entrambi dei “long shot”, ma appunto per questo qualcuno si è chiesto se non sarebbero state più efficaci scelte come il senatore Rob Portman dell’Ohio e soprattutto come Marco Rubio, che avrebbe potuto essere un game changer con quell’elettorato ispanico che è costato a Romney la vittoria in Florida, Colorado e Nevada.

3 - Il Turnout
Secondo gli exit poll della CNN Romney ha vinto 50 a 45 tra gli indipendenti su scala nazionale, e addirittura 53 a 43 in Ohio. Questo, come previsto, sarebbe stato sufficiente a portarlo alla Casa Bianca se il turnout dei repubblicani si fosse almeno avvicinato a quello dei democratici.
“Dipende tutto dal turnout. Se il sample usato da molti sondaggisti, che ha i democratici sopra di 3-6 punti, sarà confermato dai fatti sarà una notte tutta blu. Ma se non fosse così..” è stato scritto qui all’inizio del live blogging elettorale.
Purtroppo è stato proprio così. La CNN fuori dai seggi ha fotografato un elettorato composto al 38% da democratici e al 32% da repubblicani. Al di là dell’inevitabile margine d’errore il miglioramento  rispetto al 2008 è stato troppo modesto per fare la differenza.
Gli stessi strateghi della campagna di Romney per settimane hanno basato i loro calcoli su un turnout molto più simile a quello del 2004 (37 a 37) o del 2010 che a quello del 2008. Per questo Romney è parso voler  andare "sul sicuro” nel terzo dibattito e per questo nell’ultimo week end prima del voto è stata presa la decisione di espandere la mappa, puntando su stati come la Pennsylvania. Non era un bluff. Vedendo i numeri tra gli indipendenti a Boston erano davvero sicuri di vincere e lo sono rimasti fino all’ultimo.
25,000 dollari in fuochi d’artificio erano già pronti, e pagati, per riempire il cielo di Boston martedì notte e quando Romney ha detto di aver scritto solo il discorso della vittoria non era una battuta. Lo si è capito quando ha pronunciato un concession speech a dir poco minimalista, chiaramente messo insieme all’ultimo momento.

4 - Sandy
L’uragano mostro ha votato democratico. Ha dato la possibilità al Presidente di “rifarsi una verginità” dopo settimane di attacchi personali allo sfidante a colpi di Big Bird e Romnesia. Per giorni Romney è sparito o quasi dai titoli dei network, mentre Obama ha potuto dispensare unità nazionale a reti unificate in mezzo a telecamere e fotografi, tra le macerie del New Jersey.
I risultati si sono visti: in controtendenza rispetto a quanto accade di norma stavolta è stato il Presidente in carica a guadagnare terreno sullo sfidante nell’ultima settimana. Secondo la media RCP lo swing è stato di quasi 2 punti e, al di là dei numeri assoluti, anche l’exit poll CNN conferma la tendenza aggiungendo che il comportamento di Obama dopo passaggio di Sandy è stato un fattore importante per la scelta elettorale dal 42% dei votanti, e addirittura il più importante in assoluto per il 15%.

5 - L’Orca spiaggiata
Di tutte le storie questa è forse la più interessante. Il “Progetto Orca” doveva essere la risposta repubblicana definitiva al “mito” del ground game obamiano. La scelta del nome “Orca” non è casuale: l’operazione sul terreno più grande mai tentata.
Doveva funzionare così: 37,000 volontari, sparsi negli stati in bilico, avrebbero dovuto appostarsi nei seggi armati di uno smartphone con all’interno un’applicazione (ORCA appunto)  contenente i nomi di milioni di iscritti ai registri elettorali. Al voto di ogni soggetto il suo nome sarebbe stato spuntato dal volontario di turno e inviato al sistema centrale di Boston. 
“Ci darà l’enorme vantaggio di poter controllare i risultati degli stati in tempo reale. Sapremo chi ha votato e chi no e capiremo dove indirizzare i nostri sforzi” dicevano poco prima del voto nel quartier generale di Boston. Sarebbe stato così se il progetto Orca non si fosse rivelato un fiasco fin dalle prime luci del mattino: testimonianze di molti volontari parlano di PIN errati, di impossibilità di connettersi con il server centrale fino a che, intorno alle 4:00 del pomeriggio, pare che il sistema sia andato completamente in crash. E così, mentre i volontari del team Obama accompagnavano fisicamente migliaia di elettori ai seggi, quelli del progetto Orca passavano l’Election Day a fissare un display combattendo con un’applicazione inutilizzabile che ha trasmesso per tutto il giorno al sistema centrale di Boston numeri frammentari, incompleti e errati. Numeri che hanno continuato a dare Romney decisamente in testa anche quando i dati reali dello spoglio dicevano il contrario.
Ciliegina sulla torta di una giornata storta.

Nel prossimo post: il voto negli stati in bilico.

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venerdì 9 novembre 2012

Maggioranza Permanente?


Un presidente in carica tra i più discussi, al termine della notte elettorale, esce tra la sua gente che lo aspetta per festeggiare insieme una rielezione tutt’altro che scontata.

Il suo avversario, un agiato e sofisticato politico del Massachusetts, dopo averlo tallonato nei sondaggi e averlo messo alla corda nel primo dei tre dibattiti presidenziali, gli ha telefonato per congratularsi pochi minuti prima, mentre nel quartier generale del suo partito attivisti e dirigenti, dopo l’ennesima batosta, si stanno chiedendo se siano destinati a perdere in eterno.

Un ritratto di Obama e Romney datato martedì notte? Si. Ma anche di Bush e Kerry otto anni prima. Mettete insieme i pezzi, si incastrano tutti, inclusa la teoria della “maggioranza permanente” che oggi alcuni ipotizzano per i democratici e che nel 2004, al culmine di una lunga serie di vittorie a ripetizione alla Camera e al Senato e dopo due mandati presidenziali consecutivi, molti prevedevano, temendola, per i repubblicani.

Il sospetto della “sconfitta permanente” si insinua facilmente tra le fila di un partito dopo una serie di cicli elettorali andati storti. E dal 2006 a oggi (cioè da appena due anni dopo quel 2004 che sembrava aver consegnato l’America al GOP per chissà quanto tempo) i repubblicani possono salvare solo la tornata di mid term del 2010, per il resto solo bocconi amari.

Ma c’è un’altra cosa che hanno in comune le elezioni del 2004 e del 2012: il risultato del voto popolare.
2004: Bush 50.7% - Kerry 48.3%. Distacco 2.4%, pari a 3,012,166 voti.
2012: Obama 50.4% - Romney 48.0%. Distacco 2.4%, pari a 2,914,497 voti.
Le somiglianze però si fermano qui, perché questi numeri, in apparenza identici tra loro, hanno portato a risultati elettorali estremamente diversi:
Nel 2004 Bush trasformò il suo consenso in 286 voti elettorali contro i 252 di Kerry.
Nel 2012 un identico consenso ha fruttato ad Obama ben 332 voti elettorali, lasciandone appena 206 a Romney.

Questi numeri danno la misura di quanto sia cambiata la mappa elettorale degli Stati Uniti negli ultimi anni. Nel 2012 Romney avrebbe avuto bisogno di vincere il voto popolare di almeno un punto mezzo per poter mettere insieme 270 voti elettorali. Questo blog lo ha scritto qualche settimana fa e i risultati di martedì lo hanno confermato.
Questo perché i cambiamenti demografici hanno reso gli stati che decidono l’elezione sempre più inclini a dare al candidato democratico di turno un risultato superiore alla media nazionale.

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La tabella sopra (ora aggiornata con i dati del 2012) non è nuova ai frequentatori di questo blog, riguarda gli undici swing states ed esprime l’evoluzione del comportamento di ciascuno di essi rispetto alla media nazionale dividendo il risultato ottenuto dai candidati repubblicani e democratici di turno in ciascuno stato per il loro voto popolare nazionale in ognuna delle ultime quattro elezioni.
I colori, dal rosso acceso al blu profondo, passando per la varie tonalità, aiutano a visualizzare le tendenze. Nel 2000 molti degli undici stati avevano coefficienti rossi o arancioni, ovvero superiori a 1 per i repubblicani, inferiori a uno per 1 per i democratici. Significa che un repubblicano poteva  vincerli pur avendo meno voti del suo avversario su base nazionale.
Guardate l’evoluzione dei colori fino alla colonna del 2012 (e quanto aumenta il blu) e vi sarà chiaro quanta più fatica avrebbe dovuto fare Romney quest’anno per vincere molti di quegli stessi stati.
E se Colorado e Nevada avevano già cambiato “casacca”, quest’anno gli stati blu hanno visto anche l’ingresso dell’insospettabile (fino a qualche anno fa) Virginia, dove per la prima volta il risultato statale (Obama +3.0%) è più democratico di quello nazionale (Obama +2.4%).

Il blu della Virginia è ancora pallido, ma è comunque indice di una tendenza diffusa, in atto da anni e che riflette la difficoltà dei repubblicani a parlare con minoranze demograficamente ed elettoralmente  sempre più decisive.
Una tendenza che, se non invertita, renderà sempre più difficile per il GOP far entrare un suo uomo alla Casa Bianca. Secondo l'exit poll della CNN oggi i repubblicani vincono 59 a 39 tra i bianchi, che rappresentano il 72% dell’elettorato attivo (in calo di qualche punto ad ogni ciclo elettorale) ma perdono 93 a 6 tra gli afroamericani, 73 a 26 tra gli asiatici e soprattutto 71 a 27 tra gli ispanici, in costante crescita e sempre meno inclini negli anni a votare per il GOP (i numeri del 2012 sono peggiori anche di quelli del 2008. che erano peggiori di quelli del 2004), tanto da aver modificato i connotati elettorali di Nevada, Colorado e New Mexico.

Romney non era il miglior candidato possibile, ma il migliore tra quelli disponibili. La sua campagna ha guadagnato slancio solo nel mese di ottobre, ma l’arrivo di Sandy non l’ha certo aiutato. Incolpare lui (come si inizia a fare) senza considerare lo scenario (in matematica si direbbe le “condizioni al contorno”) vuol dire fare un’analisi miope.
La politica è fatta di cicli e ogni ciclo ha un inizio e una fine, ma alienarsi una fetta di elettorato in continua ascesa demografica può veramente voler dire condannarsi ad essere minoranza forse non per sempre, ma per molto molto tempo.

L’analisi del voto prosegue nei prossimi post.

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mercoledì 7 novembre 2012

Good Guy Sandy


"I'm so glad we had that storm last week because I think the storm was one of those things. No, politically I should say. Not in terms of hurting people. The storm brought in possibilities for good politics."


"Sono così felice che ci sia stato quell'uragano la settimana scorsa. Penso sia stato una di quelle cose. No, intendo dire politicamente. Non nel senso del male che ha fatto alle persone. L'uragano ha portato  possibilità per la buona politica".

Così parlò Chris Matthews, voce di spicco del network MSNBC, ormai senza più freni inibitori dopo la rielezione di Obama.
Quell'uragano è costato la pelle a diverse decine di persone.
Ha lasciato senza riscaldamento, senza luce, senza carburante, senza cibo e anche senza casa diverse migliaia di alre persone.
Ma ha dato un punto o due in più a Obama nell'election day. Per i media liberal ne è valsa la pena.
Se qualcuno a parti invertite l'avesse detto ai microfoni di Fox News ci sarebbero già i cortei in strada.

P.S. Un'analisi seria del voto arriverà tra qualche ora di sonno.
Per il 2016 si prepari il senatore Marco Rubio.

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martedì 6 novembre 2012

USA 2012 - Election Night



Guida all’Election Night




Edit: Link diretto al Live Blogging

Ci siamo. L'election day è arrivato. Toccherà ai villaggi orientali del New Hampshire dare il via all'apertura dei seggi. Seguiranno città grandi e piccole, paesi e metropoli, una ad una, da est a ovest, lungo tre fusi orari.
Poi ci aspettano 12 ore circa di file interminabili, di accuse incrociate con immancabili presunti casi di frodi e doppi voti. Possiamo aspettarci anche qualche video di denuncia postato a tempo di record su youtube.

Passato tutto questo negli USA sarà ora di cena, qui da noi sarà notte fonda. Finito l'election day toccherà all'election night.
Quella che segue è una piccola guida in tre punti, utile a chi ha in programma una nottata in bianco per seguire la corsa verso i 270 voti elettorali e vuole uscirne incolume o quasi.
Qui ci sarà un live blogging no stop, ma se seguirete la diretta sulle TV italiane avrete molto da cui difendervi.


Punto 1 - Blog-cronaca anticipata della nottata.
(Orario italiano EST+6. Stati rossi a Romney, blu a Obama, i porpora sono swing states)

Ore 00:00 - I seggi chiudono nella zona orientale degli stati dell’Indiana e del Kentucky. E' ancora presto per gli exit poll perché in parte di entrambi gli stati si starà ancora votando, ma basta aspettare un po’ per  vederli andare a Romney. l'Indiana quest'anno non farà scherzi.


Ore 01:00 - Fine definitiva delle operazioni in Indiana e Kentucky.
Chiudono anche Georgia e South Carolina, che vengono entrambi chiamati per Romney.
Il Vermont segna i primi punti per o Obama. La Virginia, il primo swing state della serata, viene dichiarato too close to call in attesa che inizino ad affluire i primi dati dalle contee.


Ore 01:30 – E’ l’ora della chiusura in Ohio, swing state per eccellenza, è subito battezzato too close to call e lo resterà fino alle prime luci dell’alba. Chiudono anche il North Carolina (che "swinga" per un po’ e poi, pentito dal "tradimento" del 2008, si accomoda sulla colonnina di Romney) e il West Virginia, chiamato immediatamente per Romney.


Ore 2:00 – Grande infornata:
Alabama, Mississippi, Missouri, Oklahoma e Tennessee vengono tutti chiamati per Romney.
Connecticut, Delaware, Washington D.C., Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts, New Jersey e  Rhode Island vengono invece chiamati per Obama.
Pennsylvania e New Hampshire, da buoni swing states, sono entrambi  too close to call.
Terminano le operazioni anche in Florida, il sesto swing state della serata. Come sopra.


Ore 2:30 – L’Arkansas chiude e si accomoda tra i red states (Romney).


Ore 3:00 – Seggi chiusi in Arizona, Louisiana, Nebraska, South Dakota, Texas e Wyoming, con immediata chiamata collettiva  per Romney.
Minnesota, New Mexico e New York si aggiungono al bottino di Obama.
Colorado, Michigan e Wisconsin sono il settimo, l'ottavo e il nono swing state. Too close to call. Ma il Michigan non ci mette molto a muoversi verso la colonna di Obama.


Ore 4:00 – Kansan, Montana e Utah chiudono e vengono chiamati per Romney.
Iowa e Nevada completano la lista degli undici swing states.
A questo punto della notte Virginia e Florida sono circa a metà dello scrutinio e l’Ohio si avvia verso il 30%. Tutto questo a meno che ripetute irruzioni a mano bollata di orde di avvocati non abbiano bloccato le operazioni nei seggi. Si inizia a capire se la notte è ancora giovane o inizia ad avere i primi acciacchi.


Ore 5:00 – Idaho e North Dakota chiudono e vengono chiamati per Romney.
California, Hawaii, Oregon e Washington vengono assegnati a Obama.
Tutto questo nell’indifferenza generale perché nel frattempo lo scrutinio in Florida e Virginia si avvia alle battute finali con la Pennsylvania che inizia a sbottonarsi e l’Ohio che si trova circa a metà strada.
Nel 2008 a quest’ora la CNN chiamò l’elezione per Obama.


Ore 7:00 – Chiusura dei seggi in Alaska, con chiamata istantanea per Romney. 
L’Ohio è in vista del completamento dello scrutinio. Virginia e Florida hanno chiarito da che parte stanno. Iowa e New Hampshire non sono distanti. A questo punto, se proprio non ce la fate, potete dirigervi verso il letto e rendervi conto che è già ora di alzarvi.



Punto 2 - Consigli pratici di sopravvivenza:
--Non fidatevi di eventuali exit poll sugli swing states (con le possibili eccezioni di North Carolina e Michigan). Negli stati in bilico conta solo lo scrutinio.
--Qualsiasi cosa dica il conduttore di turno ignorate il voto popolare almeno fino a notte inoltrata, e diffidate di improvvisi balzi in avanti di questo o quel candidato nella conta dei voti di questo o quello stato in bilico.
Ogni stato ha contee blu e contee rosse, a seconda che arrivino prima le une o le altre (spesso arrivano prima le rosse) possono esserci oscillazioni piuttosto “selvagge”, specie nella prima metà dello scrutinio. L’unico modo di capire cosa sta succedendo è fare il confronto con le passate elezioni contea per contea. Le mele con mele, le pere con pere.



Punto 3 - Possibili Scenari:
Stanotte contano solo 11 stati: Virginia, North Carolina, Ohio, Florida, New Hampshire, Pennsylvania, Colorado, Michigan, Wisconsin, Iowa e Nevada. Se sentite parlare troppo di stati  diversi da questi cambiate canale (o cambiate sito).
Ufficialmente si inizia sullo zero a zero, ma il vero punto di partenza è questo qui

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Romney non dovrebbe avere troppi problemi in Florida e North Carolina. Se però non riesce a mettere al sicuro anche la Virginia probabilmente non varrà la pena di fare aspettare il cuscino ancora per molto.

Se li infila tutti e tre sarà a quota 248 e gli mancheranno ancora 21 voti elettorali (in caso di 269 pari sarebbe comunque lui a vincere, perché a decidere sarebbe la Camera dei deputati, che sarà a maggioranza repubblicana).

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A questo punto, una volta dato per perso il Michigan e verosimilmente, salvo sorprese, anche la Pennsylvania,  occhio al mid-west: Romney avrà quasi certamente bisogno di uno tra Ohio e Wisconsin.

Scenario A:
Romney porta a casa l’Ohio. Gli basterà vincere uno qualsiasi tra tutti gli altri stati in bilico rimasti per raggiungere o superare quota 270. Tutti i Presidenti repubblicani sono arrivati alla Casa Bianca passando per questa strada.
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Scenario B:
Romney perde l’Ohio e vince il Wisconsin. Gli mancheranno 11 voti elettorali: dovrà necessariamente vincere due tra Colorado, Iowa, Nevada e New Hampshire.  Il New Hampshire basterà solo se abbinato al Colorado, mentre qualunque abbinamento tra gli altri tre sarà sufficiente.

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Scenario C:
Romney perde sia l’Ohio che il Wisconsin. La salita si farà ripida: per mettere insieme i 21 voti elettorali mancanti dovrà sperare in una difficile tripletta Colorado-Nevada-Iowa.

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Nel terzo e ultimo scenario il New Hampshire, con i suoi soli 4 voti elettorali, diventa irrilevante. Romney ieri ha scelto proprio il Granite State per chiudere la sua campagna elettorale, segno che scommette su uno dei primi due (o che pensa davvero di poter vincere la Pennsylvania).

Il blog darà aggiornamenti in tempo reale da mezzanotte fino a completo esaurimento dello scrivente.
E’ appena mattina ma non mi resta che augurare a chi legge: buona nottata.

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lunedì 5 novembre 2012

48 Hours




Ancora due giorni. A meno di imbuti tipo Florida 2000  tra 48 ore sapremo chi siederà per i prossimi quattro anni alla Resolute Desk, nello Studio Ovale della Casa Bianca.

Domani, quando qui sarà più o meno ora di pranzo, i primi seggi della costa est apriranno i battenti e vedranno entrare e uscire circa 100 milioni di persone in poco più di 12 ore.
Migliaia saranno invece quelle che fuori dai seggi si spenderanno per convincere l’ultimo amico, parente, conoscente, o estraneo appena incontrato per strada, a dare la sua preferenza ad uno dei due candidati. E’ il ground game: la gigantesca macchina del consenso, fatta di migliaia e migliaia di funzionari e volontari, che da mesi presidia gli stati in bilico cercando di spremerli fino all’ultimo voto.

Molti hanno già votato in anticipo, un elettore su tre secondo le stime. Ma nell’ultima settimana c’è stato un elettore che ha messo la sua crocetta pur senza avere la cittadinanza: non ha un cognome, né ha una data di nascita precisa, lo chiamano semplicemente Sandy: l’uragano mostro.
E’ arrivato sulle coste americane lunedì scorso, era atteso, ma nessuno sapeva con certezza per chi avrebbe votato. Adesso lo sappiamo: è bastato guardare i primi sondaggi dopo il black out per capire che a trarre vantaggio dall’arrivo di Sandy è stato Obama. Un attimo prima di rimettersi a fare campagna elettorale (e a parlare dell’alto e nobile concetto del “voto come vendetta”) il presidente si è fatto un giro in scarpe da ginnastica davanti a tutte le telecamere piazzate tra le macerie dello stato del New Jersey (seguito da un Chris Christie a dir poco scodinzolante al quale molti repubblicani l'hanno già giurata) impersonando a meraviglia la figura del comandante in capo.

Ha funzionato: una settimana fa Romney conduceva la media RCP con circa un punto di vantaggio, era sopra di 2 punti (49 a 47) per Rasmussen, di 5 (51 a 46) per Gallup e anche altre “firme” poco amiche gli concedevano numeri migliori di quelli del presidente.
Alla vigilia dell’election day Obama ha riguadagnato la testa della media RCP, che aveva occupato solo per tre giorni dopo il primo dibattito, e malgrado la differenza sia di pochi decimali è abbastanza per leggerci una tendenza.
Sette degli ultimi otto sondaggi nazionali lo danno alla pari o avanti di un punto, quindi la gara resta aperta, ma il momentum che gonfiava le vele di Romney fin dalla sera del dibattito di Denver è stato interrotto. E, come succede nei match di tennis, quando la pioggia interrompe il gioco spesso se ne avvantaggia chi era in difesa.

Per confondere ulteriormente le acque sul fronte dei sondaggi statali sta succedendo di tutto.
Pochi giorni fa il team di Romney ha annunciato di voler “espandere la mappa”, attaccando stati come il Minnesota, il Michigan e la Pennsylvania e nel giro di poche ore sono saltati fuori sondaggi che danno l'ex governatore alla pari nel Keystone State e addirittura in testa nel Michigan. Se siano la causa o la conseguenza della strategia di Romney è difficile dirlo.
E' probabile che il match si decida altrove (in Ohio e Wisconsin soprattutto), ma se oggi Bill Clinton farà tappa in Pennsylvania vuol dire che nessuno è sicuro di niente.

A questo punto più che continuare a farci stordire dal rumore statistico che ci circonda è meglio mettere qualche punto fermo:
L’elezione di domani si giocherà sull'affluenza (tourout). La disorientante diversità dei numeri che abbiamo visto e continuiamo a vedere dipende nove volte su dieci dal modo in cui il sondaggista di turno “cucina” il suo sample (se ne è parlato qui). Molti pollster stanno assumendo che l’elettorato 2012 sarà composto da una maggioranza relativa di democratici, con un margine che oscilla da un +2/+3 di Rasmussen fino al +6 di Pew Research.
Pochi giorni fa Gallup ha invece previsto (nascondendolo in fondo alla tabella) che quest’anno su 100 votanti 36 saranno repubblicani e 35 democratici.

Veniamo da cicli elettorali molto diversi tra loro: nel 2004 i due elettorati chiusero alla pari (37 a 37 secondo l'exit poll della CNN). Nel 2008, al culmine del discredito dell’amministrazione Bush per la crisi finanziaria, i democratici scavarono un solco di ben 7 punti (39 a 32). Appena due anni dopo, nel 2010, l’ondata del Tea Party invertì di nuovo la tendenza.
Nessuno sa con certezza dove si collocherà il 2012 tra questi estremi e, a seconda che un sondaggista prenda una strada oppure l’altra, dai numeri saltano fuori universi paralleli che a malapena si somigliano. Solo martedì notte capiremo in quale di questi viva oggi l’America, anche se onestamente nessuno dei due campi oggi ricorda quello del 2008 e i numeri dell'early voting lo confermano.

Romney è dato davanti tra gli indipendenti (circa il 25-30% dell’elettorato) e ha il vantaggio dell’entusiasmo: chi ha assistito ai suoi rally degli ultimi giorni in Colorado, Ohio e ieri sera in Pennsylvania ha visto una base repubblicana che raramente è stata così “calda”.
Se il tournout dei repubblicani riuscirà a pareggiare quello dei democratici vincere tra gli indipendenti sarà la chiave della porta d'ingresso alla Casa Bianca.

Domani questo blog sarà “aperto” tutta la notte con aggiornamenti in tempo reale. E dopo tante cifre virtuali sarà la volta dei numeri veri.


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sabato 3 novembre 2012

Hate and Revenge


"Votare è la migliore vendetta" Barack Obama, ieri in Ohio.
Hope and Change quattro anni dopo: Hate and Revenge.

Se volete un'idea di come dovrebbe parlare un Presidente degli Stati Uniti non vi sarà d'aiuto ascoltare questo Presidente degli Stati Uniti. Potreste avere maggior fortuna cliccando play qui sotto.



Mitt Romney, sempre ieri, in Wisconsin.



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venerdì 2 novembre 2012

Red Shift?



Mentre i sondaggi tornano piano piano ad affacciarsi al sole dopo il passaggio dell'urgano Sandy qualche dato su cui riflettere ce lo dà la partita del voto anticipato in Ohio.
E si tratta di dati reali (voti di pietra, come si direbbe dalle nostre parti), non di sondaggi, proiezioni o stime.
Come scritto l'altroieri, all'alba dell'election day circa il 30% del corpo elettorale attivo avrà già votato in anticipo, e quindi sull'early voting si gioca una fetta importante della corsa alla Casa Bianca. Fetta che nel 2008 finì quasi tutta sul piatto di Barack Obama.

Qualche dato finalmente preciso (e speriamo accurato) sul voto anticipato in Ohio ce lo dà Karl Rove dalle colonne del Wall Street Journal. Togliamoci il pensiero e diciamo subito che la fonte è dichiaratamente pro-Romney, ma i numeri (ripeto: se sono accurati) sono numeri e basta.
Ecco cosa ci dice Karl Rove:
Al 30 Ottobre (due giorni fa) nel Buckeye State avevano votato 530,813 elettori registrati come democratici (che votano al 90% per Obama) e 448,357 elettori registrati come repubblicani (che votano al 90% per Romney).
I Dems sarebbero quindi in vantaggio (di circa 80 mila voti), come sbandierato dagli obamiani a destra e a manca. Il dato però diventa interessante quando si considera che nel 2008 avevano votato in anticipo 712,088 democratici e 372,499 repubblicani.
Significa che i numeri dei democratici sarebbero calati di 181,275 unità, quelli dei repubblicani sarebbero saliti di 75,858, con uno spostamento verso il "rosso" di 257,133 voti.

Obama nel 2008 vinse lo stato dell'Ohio grazie al vantaggio accumulato nel mese di ottobre, mentre nel vero e proprio giorno delle elezioni furono più numerosi i consensi per McCain.
A operazioni completate il vantaggio fu di 262,133 voti, il che significa che McCain ne recuperò circa 77,000, più quelli accumulati tra gli indipendenti (che allora preferivano il candidato democratico, mentre quest'anno pare favoriscano quello repubblicano).
Se tra cinque giorni la differenza al nastro di partenza fosse ancora questa Romney non avrebbe bisogno di fare molto meglio di McCain nell'election day per portare a casa i 18 fondamentali voti elettorali dell'Ohio.

La quasi totalità dei sondaggi statali continua però a dare Obama in vantaggio nel Buckeye State e per quanto queste rilevazioni possano aver sbagliato in passato non si possono ignorare, tanto è vero che Larry Sabato, nella sua ultima sbirciata dentro la sfera di cristallo dà a Romney possibilità maggiori in Wisconsin (ricordate il Piano B?), mentre continua a vedere il Presidente favorito in Ohio.
E, a proposito di Wisconsin, hanno fatto abbastanza rumore le parole del sindaco di Denver  (Colorado) Michael Hancock (democratico) che in un momento in cui tutti si dicono assolutamente certi di vincere anche quando acquistano un biglietto della lotteria si è fatto uscire dalla bocca quanto segue "se l'elezione fosse oggi Obama perderebbe il Wisconisn perché non abbiamo mobilitato la sua base, al momento stanno votando le periferie e le zone rurali dove si trova la base repubblicana". Un allarmismo tattico o il segno che in Wisconsin l'early voting non sta dando risultati entusiasmanti per Obama.
Ancora pochi giorni e sapremo se il Firewall di Obama (Ohio, Wisconsin e Iowa) è davvero in fiamme come sostiene qualcuno.

E mentre i media di casa nostra si baloccano parlando di un riferimento diretto di Romney all'Italia nel corso di uno delle tappe di ieri in Virginia, come se fosse chissà quale novità mentre in realtà frasi simili riferite all'Europa fanno stabilmente parte di ogni comizio repubblicano come minimo dalla convention di Tampa (quando il leader dei repubblicani al senato Mitch McConnel definì l'Europa un posto dove i politici fanno promesse che non possono mantenere e firmano assegni che non possono pagare), la vera notizia è che Romney pare abbia in programma un'apparizione (la prima in assoluto) in Pennsylvania per domenica.
Espandere la mappa si diceva qui l'altroieri, ma con le lancette dell'orologio che corrono e con la distanza dal 6 novembre che ormai si misura in ore nessuno mette piede dove non ha niente da guadagnare. Guardare dove vanno fisicamente i candidati nell'ultima settimana prima del voto di solito dà la vera misura dello stato della gara.
Difficile pensare ad una vittoria repubblicana nel Keystone State a meno di una prevalenza sul voto popolare superiore ai 3 punti. Se si tratti di un rilancio vero e proprio o di un bluff per trasmettere all'opinione pubblica l'idea di una possibile vittoria a valanga (o magari solo un modo per cercare di costringere Obama a fare lo stesso, sottraendo tempo ad altri terreni dove lo scontro si annuncia più aperto) lo capiremo solo martedì notte.
La partita resta aperta.

P.S. La notte del 6 novembre qui ci sarà un live blogging con aggiornamenti in tempo reale fino all'alba e oltre. Chiunque voglia partecipare è benvenuto.

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